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Quando Arienti e Airò convivono (bene) con Lorenzo Lotto

Quando si parla di adeguamenti liturgici in chiese antiche in nome del Concilio Vaticano II, proviamo immediatamente paura, per gli interventi troppo spesso dubbi e interrogativi. Nella diocesi di Bergamo, che già vanta gli interessanti progetti sperimentali del museo diocesano diretto da don Giuliano Zanchi che ha coinvolto artisti internazionali come Jannis Kounellis, un caso davvero significativo è stato l’intervento di Stefano Arienti e Mario Airò, chiamati dagli architetti Tullio Leggeri e Guglielmo Renzi. Si tratta della realizzazione – di ormai un paio di anni fa ma non sufficientemente conosciuta – dei poli liturgici dell’ambone e dell’altare della chiesa quattrocentesca di San Giacomo Maggiore a Sedrina, che vanta veri e propri capolavori come una pala di Lorenzo Lotto.

L’intervento usa un linguaggio sobrio e minimalista che fa convivere armonicamente il passato con il presente. I volumi sono forme semplici ed essenziali che ben si inseriscono nell’architettura classica dell’edificio. L’altare è stato collocato al centro del transetto, per favorire una maggiore partecipazione dei fedeli, lasciando intatto l’antico altare maggiore nel presbiterio. Realizzato in marmo, presenta nella parte frontale un bellissimo disegno inciso nella pietra, composto da segni circolari (al centro è disegnato un rosone) che si ricollegano alla simbologia della luce. L’altare poggia su una pedana in vetro, decorata con la tecnica della sabbiatura. La trasparenza del piano evita di interferire volumetricamente con l’altare, dando un senso di leggerezza. Anche in questo caso il disegno riprende forme circolari che richiamano la simbologia cosmica delle sfere celesti. L’ambone, sede della Parola, è invece in ottone. Situato accanto all’altare, presenta una particolarità: sui suoi lati è stato “ritagliato” il testo in greco del Vangelo di Giovanni, con la frase iniziale del prologo: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Occorre certamente lodare il committente, il parroco don Carlo Gelpi, che ha saputo creare, con l’aiuto di un raffinato collezionista d’arte – Tullio Leggeri – un intervento di grande leggerezza e armonia, fatto oggi davvero inconsueto nel desolato panorama italiano dell’arte sacra.

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