Anna Positano presenta un racconto sul rigore del territorio

Anna Positano esplora il rigore del territorio in una esposizione tutta da scoprire alla galleria Chan di Genova

Anna Positano racconta la storia del territorio urbano. Immagini rigorose, territori muti segnati dal contrasto fra l’abbandono architettonico e la lenta riconquista della natura. Una pianta si fa spazio tra le crepe dell’asfalto, sullo sfondo l’immobilità di un cantiere: questo è il manifesto di “Growth-Botanizzare l’asfalto”.

In mostra alla galleria Chan di Genova, fino al primo settembre, gli scatti della fotografa genovese raccontano di una lotta silenziosa, soffermandosi a riflettere su un paesaggio terzo, per dirla con Gilles Clément, che non è né industria né natura: un paesaggio interstiziale. “Growth” è un progetto a cui la Positano lavora dal 2009 per la sua tesi in fotografia al London college of communication, University of the arts di Londra, ma è Genova il teatro naturale di questa indagine, «per via del suo sottotesto affettivo».

Le sue immagini sono pulite e laconiche, frutto di scelte che partono dallo stomaco ma anche di un eccezionale labor limae, fatto di selezione e razionalità. La fotografa usa il banco ottico [Sinar F] (eredità del corso con il professor Frederick Clarke, all’Accademia ligustica) e la pellicola oppure una vecchia 6×6 [Rollei SL66]. «Quando metto il banco ottico sul cavalletto – racconta l’artista – non è che posso scattare a raffica come con il digitale; devo aspettare la luce giusta, fare una buona inquadratura, mettere a fuoco tutti gli elementi». Insomma si deve rispettare un vero e proprio rito che ha un tempo molto più lungo dell’istinto e che si combina con una certa quiete degli spazi aperti che la fotografa sceglie: «Sì, l’istinto è solo nella scelta, poi una volta sotto il telo, come nell’800, si fa tutto solo di testa, perché se sbagli sprechi un sacco di materiale, tempo e finisci per fare errori grossi. Eppure – prosegue – io mi stanco meno che con il digitale, anche perché se lo scatto è buono poi non c’è praticamente nulla da fare in post-produzione perché la qualità è altissima».

E se esiste una storia naturale della distruzione, le fotografie della giovane genovese potrebbero forse essere una storia naturale della riconquista? Sì, «il mio lavoro – spiega Anna Positano – si propone di svelare la compresenza tra attività umana e cicli naturali in questi spazi temporaneamente dimenticati dalle attività umane, moderni territori di confine in cui la natura riprende il suo ciclo vitale, segnando un’ideale riaffermazione del suo ritmo contro la conclusione dell’intervento dell’uomo. Inoltre, Se guardiamo la storia secondo il tempo degli esseri umani possiamo parlare di sconfitta dell’uomo – il fallimento della produzione industriale e la distruzione dell’ambiente, per citarne alcuni. Se la vediamo secondo il tempo della natura, un ciclo continuo, credo che si possa parlare di una rivincita costante di essa sull’uomo».