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Human +

A molti suonerà familiare il termine Postumano che verso la fine degli anni Novanta segnava una nuova era in cui l’imporsi della tecnologia apriva spiragli immaginari per la costruzione di un’umanità modificabile, bionica, ibrida. In arte, in particolare, il Postumano è stato consacrato nel ’92 con una mostra rimasta storica, curata da dal gallerista-critico Jeffrey Deitch, che metteva in scena proprio la nascita di un nuovo corpo, per metà umano, per metà robotico. Erano gli anni dei cyborg, anni in cui si cominciavano a sperimentare metodi per modificare il proprio corpo, porre una soluzione alla mortalità, potenziare le capacità umane attraverso la tecnologia. Da allora sono cambiate tante cose, ma è rimasto il fatto che la tecnologia è ancora al centro delle nostre vite, anzi, le occupa in modo sempre più ingombrante.

La mostra Human +, il futuro della nostra specie a Palazzo delle Esposizioni fino al 1 luglio parla proprio di questo: di umano e sovraumano, di macchine e di corpo, di identità e spersonalizzazione. Si tratta di una rassegna itinerante, curata da Cathrine Kramer, presentata per la prima volta da Science Gallery al Trinity College di Dublino ed è co-prodotta da Science Gallery e dal CCCB di Barcellona. Esposte attraverso cinque sezioni di approfondimento una serie di ricerche interessanti che mostrano le diverse sperimentazioni che sono state fatte in questo campo. Dalle protesi usate anche nel 1996 da Aimee Mullins ai Giochi Paralimpici che sembrano quasi oggetti di design, all’antenna di Neil Harbisson che non riuscendo a distinguere i colori si è fatto impiantare un’antenna per percepirli in forma musicale, ottenendo il riconoscimento ufficiale di cyborg. Agatha Haines, invece, propone modi per intervenire chirurgicamente alla nascita di un bambino e modificare le sue capacità percettive mentre Lorenz Potthast con il suo casco deceleratore altera i normali ritmi temporali.

Oggi, forse, rispetto al passato, il futuro ce lo immaginiamo diversamente. Nessun cyborg ma uomini fianco a fianco con i robot, intelligenze artificiali in grado di svolgere le nostre mansioni e provare le nostre stesse sensazioni. Più che un prolungamento dell’uomo, la macchina si sta prefigurando sempre di più come un’entità autonoma programmata con caratteristiche simili alle nostre.
L’ultima sezione, Umano, sovraumano? è stata concepita specificatamente per la tappa romana della mostra. Il curatore Valentino Catricalà ha selezionato una serie di artisti italiani che orientano le loro ricerche sul rapporto tra l’uomo e la tecnologia. L’umanizzazione della macchina è un tema cardine nel lavoro Equilibrium Variant di Roberto Pugliese, composta da due bracci meccanici che si attraggono e si respingono in una danza amorosa votata all’impossibilità di un incontro. E poi ancora Donato Piccolo, Aos, Quayola e Paolo Cirio.

La macchina del collettivo None, invece, cerca di migliorarsi senza mai riuscirci, proprio come l’uomo. Questo ci porta anche a riflettere su un altro concetto, quello di Post-fail, cioè del fallimento delle utopie tecnologiche che si erano affermate con le grandi narrazioni futuristiche del Novecento. Nonostante non ci siano più le condizioni per visioni ottimistiche del futuro, non è detto comunque che l’avvenire sia necessariamente distopico così come viene raccontato da Black Mirror. Per certi versi, la tecnologia può essere innocua e l’arte ha dalla sua gli strumenti per depotenziare la sua sproporzionata egemonia sulle nostre vite.

Fino al 1 luglio, info: www.palazzoesposizioni.it/mostra

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