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Corinna Gosmaro

Direttamente dalle nostre pagine del giornale vi proponiamo un estratto pubblicato sul numero 110. Protagonista dell’intervista è Corinna Gosmaro, autrice anche della copertina dello stesso numero, e dal 10 aprile all’8 giugno in mostra con la personale Talking knots a The Gallery Apart.

Indagare i rapporti e i processi cognitivi dell’essere umano rispetto all’ambiente circostante, intendendo con quest’ultimo la sconfinata commistione di storia e retaggi culturali, ma anche di dinamiche personali e impressioni individuali, è da tempo il territorio d’indagine di Corinna Gosmaro. L’artista per le sue ricerche ha vinto, insieme a Thomas Berra, l’ultima edizione del Premio 6Artista con l’opera Baggages. «È un lavoro del 2015 – dice Gosmaro – sviluppato quando, insieme a Cleo Fariselli, Andrea Kvas e Erik Saglia, ho deciso di esporre a Torino. È in quel frangente che abbiamo pensato la mostra Gli Ospiti Inattesi, scegliendo di invadere un appartamento della città con dei lavori ingombranti, anti site-specific. I Baggages – continua – sono nati pensando all’ospite inatteso, che arriva con l’irruenza dei suoi bagagli fisici e culturali e, talvolta, con maniere difficili da incastrare a dinamiche preesistenti. Ben presto ho ritenuto che questa visione potesse essere estesa praticamente a ogni relazione umana e ho così piegato e legato, come un insieme di fagotti, tutti i vecchi lavori su filtro che erano rimasti nel mio studio, includendovi poi filtri ancora intonsi. Era importante per me inglobare anche opere del passato per sottolineare quanto l’insieme delle esperienze percettive e culturali facciano parte del bagaglio umano e, soprattutto, quanto poi lo influenzino».

Come è iniziato quindi il lavoro con i filtri di poliestere e come si collega con il resto della tua pratica, dalla connotazione fortemente archetipica?
«Sono interessata a quelle caratteristiche da sempre presenti nei modi di percepire, propri dell’essere umano, che permangono in qualsiasi periodo storico, nonostante le infinite diversità di ogni uomo e di ogni donna. Il filtro di poliestere è, nello specifico, un materiale che si presta efficacemente a un discorso sulla memoria, soprattutto quando intesa come funzione psichica volta all’assimilazione e alla conservazione di informazioni apprese durante l’esperienza. In quest’ottica, il filtro viene adoperato come metafora per descrivere l’essere umano in quanto entità sovra-storica e sovra-culturale per la quale i processi cognitivi sono continuamente filtrati da intrighi di emozioni e combinazioni culturali».

Come credi che l’Italia si stia muovendo nel favorire l’apertura dei propri artisti verso l’estero?
«Per me il confronto con l’estero è estremamente stimolante e fondamentale per crescere ma non penso debba esserlo per tutti. In ogni caso, salvo rarissime eccezioni, l’Italia ha davvero ancora molta strada da fare per poter garantire una politica di incontro dei suoi artisti con il contesto internazionale. Purtroppo, infatti, il tentativo di molte istituzioni di confrontarsi con l’estero, attuando programmi di impronta maggiormente esterofila, finisce soltanto per acuire questa distanza, rendendo sempre più difficile un reale incontro. Degni di nota sono comunque i tentativi di piccoli gruppi e di singoli artisti che, con grande rigore, stanno abbattendo i limiti stessi del contesto italiano attraverso la loro presenza autonoma nel panorama internazionale. Mi riferisco, ad esempio, a situazioni come quelle di Cripta747 a Torino, o di Gasconade a Milano in passato, così come ad artisti quali Alfredo Aceto, Giulia Cenci o Renato Leotta, per citarne solo alcuni».

Qui l’intervista integrale

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