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Quite solo

Non è né una personale, né una collettiva la mostra presentata fino al primo marzo ad Albumarte. Alle curatrici Carla Capodimonti e Marta Silvi piace più chiamarla Quite solo. L’esposizione riunisce infatti i lavori di Dario Agati e Fabio Giorgi Alberti, vincitori ex aequo dell’edizione 2017 di Dancity Festival, festival internazionale di cultura e musica elettronica, creato con l’intento di promuovere la ricerca e la sperimentazione in diversi ambiti creativi. Un dialogo discreto e silenzioso tra due ricerche molto diverse tra loro che, senza invadere lo spazio, danno vita a un’interessante compenetrazione di sguardi e rimandi. Installazioni, tele e tavole, realizzate in otto mesi di lavoro, trovano un modo per stare insieme pur mantenendo la propria autonomia semantica. Entrando nella galleria romana si accede a un campo linguistico, in cui al soliloquio di Agati, che con i suoi dipinti sembra precludere all’osservatore ogni possibilità di replica, si alternano i dialoghi di Giorgi Alberti, tra l’autore e l’osservatore in primo luogo, in secondo con le opere e lo spazio circostante.

Un’installazione fatta di cubi specchianti è l’ingombro tridimensionale proposto da Giorgi Alberti che, nella prima sala, assorbe ogni cosa per poi rifletterla di rimando. Un solido geometrico che occupa una posizione ma allo stesso tempo è evanescente, ribadisce la sua neutralità fluida nel percorso espositivo. A parete gli fanno eco una serie di tavole disegnate con la tecnica dell’affresco che giocano con un’estetica apparentemente pop sull’ambiguità del rapporto tra l’io e l’altro. Questa schizofrenia dello sguardo è rafforzata nell’opera scultorea nella terza sala: una colonna bianca sorregge il calco della mano dell’artista che gira su se stessa con il dito puntato verso lo spettatore. La libertà d’osservazione ci viene invece negata in un secondo cubo specchiante che, addossato a terra in un angolo obbliga lo spettatore a un unico punto di vista. Privilegiata è in questo caso la posizione dell’autore e dell’opera che, uscendo dalle costrizioni imposte dalle facce del solido, si proietta nello spazio attraverso linee e griglie disegnate sul muro.

Se di spazio si nutrono le opere di Giorgi Alberti, a saziare quelle di Agati è invece l’aspetto temporale. Più intima e privata, la riflessione di Agati si concentra su una pittura stratificata, che partendo da un elemento reale, una foto, un ritratto e arriva a distorcerlo completamente fino a renderlo irriconoscibile. Aggiungere strati per togliere significato, le lunghe preparazioni portano l’artista ad accostarsi a un elemento dal vero per poi lasciare all’osservatore solo una manciata di indizi fatti di linee e colore. La realtà di Agati è nascosta sotto strati di pittura e affiora dal fondo in superficie come la memoria dalla polvere del tempo. La verità è nelle mani dell’autore, noi possiamo solo provare a capire qualcosa senza la speranza di riuscirci. Ogni quadro di Agati, non a caso, si chiama Senza titolo (non capiresti): «Come un fuoco d’artificio – spiega l’artista – stupisce, ma dura un attimo e il cielo torna come prima. Ciò che arriva allo spettatore è soltanto una scintilla, lo strato superficiale delle cose. Penso tutto il giorno a cercare qualcosa di indefinito, nel tentativo di cambiare il modo di vedere il mondo».

Fino al 1 marzo, info: www.albumarte.org

photo Sebastiano Luciano

 

 

 

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