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Sabato 3 febbraio, Bologna. Arte Fiera è affollata, si muore di caldo. Un brusio di sottofondo accompagna lo slalom tra gli stand, si va avanti più per inerzia che per interesse. La fiera bolognese quest’anno ha 182 presenze ma le novità si contano davvero sulla punta delle dita, e forse senza arrivare a dieci. L’eliminazione di confini tra arte moderna e contemporanea, tanto decantata quest’anno, non ha fatto altro che accrescere la confusione. Anche a volerci capire qualcosa, non ci si capisce niente. Ma alla fine, si sa, le fiere esistono per il mercato. E allora via libera a opere di facile lettura, dipinti brutti, artisti inflazionati. Chi fosse mancato nei passati 3-4 anni dalla fiera, probabilmente avrebbe pensato di assistere a un remake. La solita minestra. E intanto il caldo sale. Inutile provarci, non ci sono storie, ad Arte Fiera, come sempre, è l’arte moderna a trionfare, le varie Mazzoleni, Mazzoli, Galleria dello Scudo e Tornabuoni. Contemporaneo? Non pervenuto. Le proposte più attuali si trovano nella fotografia, su tutte la galleria Matèria, Metronom e P420. Poi, forse, restano impresse alcune gallerie, Vistamare, per esempio, Francesca Antonini e Rossmut. Eduardo Secci gallery si distingue per la proposta interessante di mettere in scena una serie di collaborazioni con marchi di design, come Gufram, accompagnandosi con il testo critico di Luca Beatrice. MLB gallery, non c’è che dire, si fa sempre notare con nuove proposte giovani, come Anna di Prospero e con i buoni vecchi evergreen, le belle fotografie di Silvia Camporesi. Improvvisamente una voce distoglie l’attenzione dalle opere e richiama all’ordine i visitatori, una performance si sta per svolgere nella sala Cinema. Peccato che nei 3 metri x 3 della stanza non riesca ad entrare neanche un 2% dei visitatori. Fa niente, la performance non sembra neanche un granché, meglio mangiare qualcosa. Ah, ecco i soliti bar con i soliti micro panini in oro laccato. Meno male che Bologna a febbraio non è solo Arte Fiera.

Bisogna riconoscere che il grosso del lavoro di Arte Fiera si è riversato sugli eventi esterni. Grazie ad Art City e Art City White night sono stati aperti al pubblico grandi palazzi nobiliari, spazi che hanno ospitato mostre e performance in tutta la città. Tra questi, la personale in Italia di Erin Shirreff presentata nel Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi e l’installazione di Roberto Pugliese al Teatro Anatomico dell’Archiginnasio. Inoltre, con il progetto POLIS / ARTWORKS, a cura di Angela Vettese e con il coordinamento di Nicolas Ballario, è possibile vedere i lavori di alcuni artisti selezionati dalle gallerie in Fiera in giro per la città. È il caso dello Spazio Carbonesi che ha ospitato in una meravigliosa sala dal soffitto affrescato le opere di Sanna Kannisto, Rachele Maistrello e Giuseppe De Mattia.

Per vedere qualcosa che valga davvero la pena, quindi, si può anche restare in centro. A Palazzo Re Enzo Fruit Exhibition è davvero una bomba. Fresca, popolata di ragazzi, la fiera dell’editoria indipendente, oltre a svolgersi nella cornice di uno dei palazzi più belli di Bologna, ha anche delle belle proposte editoriali. Tanti libri e riviste da sfogliare, non solo italiane ma anche parecchie dall’estero. E poi una grafica pulita, che non stride con le mura in mattoni a vista dell’edificio ma, al contrario, le ravviva.
Se si ha tempo e voglia, ci si può allontanare dal centro e, venti minuti in autobus dalla stazione, il MAST. merita una visita. La Fondazione d’arte, aperta nel 2013 dall’imprenditrice e filantropa Isabella Seragnoli, ospita mostre e rassegne, tra cui Foto/Industria, la prima Biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’industria e del lavoro, curata da Urs Stahel. Al momento, fino al 1 maggio, è possibile invece visitare la mostra dei finalisti del Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work, contest che premia l’attività fotografica delle nuove generazioni di artisti sul tema del lavoro e dell’industria. Tra le opere, il video di Sara Cwynar Colour Factory dimostra come l’argomento possa essere affrontato in modo efficace e con un’estetica impeccabile.
Lascia il tempo che trova invece Palazzo Pallavicini. Al di là della bellezza del palazzo che risale al XV secolo, SetUp può essere tranquillamente “skippata”. La fiera, che nell’Autostazione (la location che precedentemente la ospitava) trovava la sua ragione d’essere, nelle sontuose sale del palazzo sembra in tutto e per tutto una nobildonna in decadenza. Se nell’Autostazione si perdonavano degli scivoloni organizzativi e non saltava agli occhi la scarsità qualitativa del più delle opere, a Palazzo Pallavicini le volte affrescate e le sale sontuose non sono sufficienti a dare risalto alle proposte. Unico angolo di rifugio per gli occhi e per le orecchie è l’installazione sonora del collettivo Polisonum che nel contesto di SetUp risulta decisamente fuori luogo.

Au revoir Bologna, dopo tutto ne è valsa la pena.

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