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Da Io a Noi

Diceva Carlo Cassola: “Amo la periferia più della città; amo tutto quello che sta al margine”. Anche la mente più illuminata, quando sente questa parola non riesce a non immaginare una città di cemento armato senza chiese antiche o palazzi eleganti. L’occhio di Pasolini ci ha abituati a costruire un immaginario fatto di ragazzi sbandati e di case sovraffollate, tuttavia uscendo da questa sequela di immagini a fattore comune si accetta che la periferia possa essere un modo di essere e un canale di interpretazione per una realtà antropologica in mutamento. Da questo germoglio prende vita il progetto di mostra Da Io a Noi, ideata e promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane e dal Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, a cura di Anna MattiroloLe opere in mostra si fanno notare, prima di tutto, per il fortissimo contrasto con il luogo in cui sono allestite e per ciò che esso rappresenta: la periferia, il confine che entra nel Palazzo del Quirinale per mostrare sé stessa attraverso l’ironia, l’eloquenza, la simbologia e lo stile di 22 artisti italiani – o se non italiani, che hanno avuto uno stretto rapporto con il Paese. Lara Almarcegui, Rosa Barba, Botto & Bruno, Maurizio Cattelan, Gianluca e Massimiliano De Serio, Jimmie Durham, Lara Favaretto, Flavio Favelli, Claire Fontaine, Alberto Garutti, Mona Hatoum, Alfredo Jaar, Francesco Jodice, Adrian Paci, Diego Perrone, Alessandro Piangiamore, Eugenio Tibaldi, Grazia Toderi, Vedovamazzei, Luca Vitone, Sislej Xhafa, Tobias Zielony.

Offre il benvenuto l’opera di Jodice, una videoinstallazione composta di soli visi che raccontano – senza raccontare – la periferia, semplicemente con il gioco composto delle espressioni, del dialetto, dello sfondo e della virulenza dei ruoli interpretati, da Mamma Roma, a Amore Tossico fino a Non Essere Cattivo. Suggestiva l’opera en fenêtre di Luca Vitone, Panorama (Roma) in cui tre cannocchiali trasportano l’occhio dello spettatore verso panorami immaginari per poi ritrovarsi con tre immagini nette: Trastevere, un operaio di “Accattone” fino a un simbolico uccello in gabbia.
Ogni artista interpreta il margine a suo modo: sociale, logistico, finanche poetico, al fine di catturare quattro temi-chiave che in qualche modo riescono a condensare la vastità concettuale e storica dell’argomento: relazione e aggregazione, appropriazione (con l’aggiunta di un pizzico di sopravvivenza), integrazione e accoglienza e infine meraviglia. Nel caso del secondo tema, emblematica l’opera fotografica di Adrian Paci Turn On del 2004 in cui vengono mostrati degli uomini su una gradinata con delle lampade accese alimentate da generatori: una consuetudine sociale dell’Albania, in cui i lavoratori aspettano che qualcuno passi a scritturarli per un lavoro giornaliero. Si passa ai giochi di parole di Flavio Favelli, alla teatralità del “bisogno” con le latrine di Sislej Xhafa Whisper Harmony, al semplice lirismo di un bambino di strada che corre nel cortile, con Botto & Bruno, alla ironia dei piccioni politicamente scorretti di Cattelan, metafora del degrado del che accomuna ormai sia centro che periferia. Vi sono storie di vita vissuta, come nel video “Stanze” di Gianluca e Massimiliano De Serio, fino all’esperienza storica e collettiva di uno degli argomenti più noti della nostra tradizione: quella degli operai emigranti che dal sud si spostarono verso la grande famiglia Fiat, descritta in maniera eloquente nell’opera di Eugenio Tebaldi Seconda ChanceQuello che emerge a percorso terminato, non è tanto infatti un ritratto della “periferia”, sia perché non solo l’Italia ne possiede ma anche per la vastità del concetto; ma emerge il concetto di “periferico”, inteso come qualcosa al margine, qualcosa di altro dalla consuetudine ma che in verità esiste e chiede di essere visto, letto, capito con la stessa dignità di chi sta “al centro”.

Fino al 17 dicembre, Palazzo del Quirinale, info: www.qurinale.it

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