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Italian Masters

Italian Masters è una mostra ospitata al Moma nel 1940. L’esposizione si concentrava su una raccolta di capolavori dell’arte italiana rinascimentale che prima di toccare New York è stata esposta all’Art Institute di Chicago. Non passa molto tempo dall’inaugurazione che cominciano i primi risentimenti del pubblico. Così per esempio una lettera indirizzata al museo ”Come visitatore del Moma obietto energicamente quest’esposizione che mi costringere a vedere queste cose vecchie e noiose”.

A rimettere mano a questa storia è la rivista Esopus che nel suo 24esimo numero continua il suo focus dedicato agli archivi del museo New Yorkese concentrandosi questa volta su quella che potrebbe essere definita una delle prime mostre blockbuster. Perché infatti un museo nato per ospitare l’arte moderna e contemporanea si ritrova ad accogliere ”cose vecchie e noiose”?. In realtà doveva essere il Met il palco per l’esposizione che poi si è rivelata troppo costosa per il museo e ha rifiutato l’offerta accettata poi dal Moma. Per l’occasione Alfred H. Barr, Jr., direttore del Moma, ha anche creato una mappa concettuale dell’arte italiana rinascimentale su esempio della ben più famosa cartina dedicata al cubismo e post cubismo. Ma è il tentativo per attualizzare il Rinascimento è valso poco o nulla, tanto che un intero gruppo di artisti, American Abstract Artist, ha pubblicato un volantino contro la mostra scrivendo: ”Perché e quando un museo di arte moderna nato per presentare l’arte di oggi promuove l’arte di ieri? E allora perché non quella dell’altro ieri? Perché non le resurrezioni, le adorazioni e le madonne? Perché non costruisce piramidi? Perché anzi non butta giù il museo per costruirci una piramide?”.

Insomma queste e altre storie, come i collegamenti con il fascismo e Mussolini, come la possibilità per i visitatori di votare l’opera più bella, come l’allestimento, La Venere del Botticelli per esempio era esposte fra due tende rosse, e la politica del museo, sono oggetto del focus sul numero di Esopus che fra materiali d’archivio e interviste ricostruisce la storia della mostra troppo presto dimenticata.

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