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Reflections al Guggenheim

Non tutti i vent’anni sono uguali. Il Guggenheim di Bilbao da mesi si prepara a festeggiare due decadi di vita, forte dell’esperienza acquisita con il tempo e con la spensieratezza di chi ha ancora tanti anni davanti. Oltre al ricco programma espositivi che conta tre rassegne (Georg Baselitz, Bill Viola e Annie Albers), il museo ha pianificato una serie di eventi per condividere il momento con il resto della città, culminati l’11 ottobre in una spettacolare proiezione firmata 59 productions.

Ottobre 1997, tanti se lo ricordano ancora l’anno in cui lo spettacolare edificio firmato Frank Gehry ha fatto la sua comparsa sulla sponda del Nervión. Oltre 20mila metri quadrati di superficie in titanio, di giorno illuminato dal sole, di notte pronto ad accogliere il riflesso della luna e dell’incresparsi dell’acqua. Un carapace argentato, fatto di forme sinuose e squame brillanti, in netto contrasto con l’antichità dello stile barocco, neoclassico e modernista che dominano invece nel centro storico.
Un’intrusione che all’epoca non riusciva ad essere accettata da una città come Bilbao, che negli anni ’90 più che per il suo sviluppo culturale si distingueva per le sue attività industriali. Fabbrica di formaggi puzzolenti, venne soprannominata da alcuni, altri criticarono i costi elevati di costruzioni, altri ancora il materiale sperimentale utilizzato. Una polemica che, al di là di tutto, andava a colpire in pieno l’architettura decostruttivista e con lei uno dei suoi massimi rappresentanti. Bene, quell’operazione di riqualificazione urbanistica che allora aveva scosso il gusto estetico di oltre 300mila abitanti, è stata il motore che ha trasformato il capoluogo basco in polo artistico internazionale. Non solo, è stata in grado di sollevare le sorti di una città intera, la sua economia, la sua immagine pubblica. Effetto Guggenheim, così l’hanno chiamato. Se questo è poco. Un effetto che poggia sulle basi solide di un impero costruito dalle prime decadi del Novecento e presto andrà ad amplificarsi con nuove costruzioni ad Abu Dhabi ed Helsinki. Un’asse che va dalla Solomon R Guggenheim Foundation di New York, alla Peggy Guggenheim Collection a Venezia, un gioco di riflessi che unisce città, paesi, continenti. Reflections è proprio il titolo scelto dal Guggenheim di Bilbao per l’evento che ha portato al culmine i festeggiamenti del museo. E come per ogni festa che si rispetti, è stato ingaggiato un team di creativi di tutto rispetto, 59 Productions, già autori dello spettacolo alle Olimpiadi 2012.

In una giornata quasi estiva, al calare del sole, i sinuosi pannelli in titanio si sono trasformati in tela, per accogliere i riflessi delle proiezioni studiate dagli artisti. Un racconto per immagini che ha ripercorso per una durata di 20 minuti (riprodotti in loop per sette volte) la nascita e l’evoluzione del Guggenheim di Bilbao, attraverso i progetti che sono stati elaborati per realizzare l’edificio, e attraverso quelli che sono diventati i simboli del museo, primi fra tutti il celebre ragno di Louise Bourgeois e Poppy, la creatura di Jeff Koons.
«Per noi – ha spiegato Juan Ignacio Vidarte, direttore del museo sin dalla sua nascita – era fondamentale condividere questo momento con il resto della città. E abbiamo deciso di farlo in grande, usando la tecnologia». Già, perché se dieci anni fa era stato Daniel Buren a omaggiare il Guggenheim donando alla città un ponte per la ricorrenza, quest’anno non ci saranno oggetti materiali a ricordarci le celebrazioni, quanto tracce effimere, che faranno rivivere il momento attraverso video e foto condivise online dalle centinaia di persone che hanno assistito all’evento. Se il video mapping non è forse lo strumento più all’avanguardia nel 2017, è vero anche che oggi può considerarsi a tutti gli effetti un codice condiviso, semplice per comunicare e per arrivare dritto a colpire l’emotività del pubblico.

E a dire il vero l’emozione c’era tutta, famiglie intere a guardare dall’altra parte del fiume quella costruzione un tempo così estranea, oggi così familiare animarsi, prendere vita attraverso il suono e le immagini. Cosa dire a chi vent’anni fa non risparmiava le critiche. «Credo – dice il direttore – che i fatti parlino da soli, non c’è bisogno di dare spiegazioni a questo. Abbiamo fatto un ottimo lavoro e spero che continueremo a farlo. Tra vent’anni mi piacerebbe poter andare oltre, ma anche confermare le buone cose che abbiamo messo in pratica». Tutto lascia pensare che l’effetto Guggenheim continuerà almeno per altri 20 anni.

Info: www.guggenheim-bilbao.eus/en

courtesy photo Guggenheim Bilbao

 

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