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L’altra faccia di Jan Fabre

C’era una volta Jan Fabre, l’artista che utilizzò il suo viso per illustrare le condizioni esistenziali di base del mondo. Un impegno tutt’altro che semplice di cui l’artista (Anversa, 1985) si prende sempre volentieri carico. In questo caso Fabre presenta alla galleria Magazzino Maskers, curata da Melania Rossi e visitabile fino al 9 novembre. L’esposizione, che non delude né per l’allestimento né per le opere, racconta uno dei temi di maggiore rilevanza nell’ambito dell’analisi interiore legata al mondo delle opere d’arte e delle immagini.
Alla prima lezione di psicologia, si impara che l’identità è divisa in tre: reale, sociale e interna. Nel caso di Fabre si potrebbe fare un’eccezione e dire che per lui esiste una identità umana, animale e addirittura vegetale. Questo perché l’innata poliedricità – e una punta di indagatorio narcisismo- travalicano i normali bisogni di elementi identificatori usati di solito. Ci dice Fabre: «Perché gli animali? Perché sono i migliori dottori di noi stessi». Per questo motivo l’artista crea nel 2010 Chapters I-XVIII, una serie di autoritratti in cera e bronzo dorato che costituiscono il proprio personale corpus iconografico e simbolico, al fine di costituire, indagare e (soprattutto) mostrare le sue varie forme di identità. Scrive nel sontuoso catalogo dedicato: «Disegnare dei doppi di me stesso? Non ho un solo doppio come tutti, ne ho tanti! E’ lì la mia originalità».

Appaiono in fila solenni le varie immagini di Fabre, che gioca sia con le espressioni che con i dettagli e persino con l’età, il tutto coniugato con il tipo di elemento animale che sceglie e creando un continuo movimento tra una figura dominante, una aggressiva, una strafottente o scanzonata, una rassicurante, una riflessiva e così via. In Chapter VIII – Ovis Faber Scaldinus (Mouflon of Flanders) la solennità delle corna incurvate del muflone sposano un’espressione meditativa, rivolta allo spettatore come un Papa in trono; in Chapter XVIII – Flemish Giant, l’espressione smarrita è favorita dalle orecchie d’asino, che lo trasformano in un moderno Lucignolo che a sua volta acquista volume con il titolo autoironico “il gigante fiammingo”: l’autoritratto di una identità che sa di non sapere; ancora, Chapter XVII – Moose / Taurotragus, rappresenta un Fabre saggio, quasi accademico, in relazione con una sciarpa e un paio di occhialetti, ma in netto contrasto con la vivacità di un paio di corna “barocche” da antilope africana. Ogni maschera è un racconto del suo essere e del suo essere stato nel corso degli anni. L’uso della maschera e della immedesimazione richiama la sua ben nota teatralità e la proverbiale capacità di interpretare dei ruoli al fine di apparire anche come un artista capace di rinnovarsi nel corso del tempo, restando sempre attuale e in linea con i suoi principi.

Altre opere, sebbene prive del viso di Fabre, proseguono nel racconto della sua identità stratificata: molto interessante Vanitas wijzer del 2011, da considerarsi un crocevia fra temi della tradizione fiamminga, di cui l’artista inevitabilmente fa parte, quali la caducità della vita (memento mori) e l’effimerità della vanità con la presenza ieratica del teschio e altri ancora quali il viaggio e l’espansione coloniale dell’Olanda: wijzer, letteralmente “puntatore”, si rifà alla piccola bussola incastonata nella calotta superiore del cranio, omaggiando questi temi e l’opera Gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane. Sebbene vi siano molti motivi per arrivare alla scelta dell’autoritratto, Jan Fabre dichiarò, il 3 febbraio del 1980, autoritratto è: «qualcuno che nega di essere morto». Si potrebbe aggiungere ”qualcuno che nega di essere morto con una sola faccia”.

Fino al 9 novembre, info: www.magazzinoartemoderna.com

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