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Vuoti e Bruciature

Il rapporto tra fotografia, realtà e rappresentazione è un’eterna questione irrisolta. Nella ricerca di Alessandro Dandini de Sylva la natura della fotografia e del suo rapporto con il reale è esplorazione, contraddizione e continua ricerca ma anche gioco di rimandi, realtà versus astrazione e viceversa. Partendo ancora una volta da questi contrasti, l’artista capovolge vuoti e pieni, bianchi e neri in un continuo gioco di scambi, nella sua personale da Operativa Arte Contemporanea intitolata Vuoti e Bruciature. L’artista e curatore romano, interviene nella questione attraverso l’indagine del paesaggio, come fonte di sperimentazione. «Non c’è nel mio lavoro la volontà di comunicare qualcosa, ma di sperimentare con la fotografia» racconta Dandini de Sylva, in mostra nella galleria romana fino al 23 Luglio. Svelare l’illusione e indagare l’ambiguità in fotografia sono le due spinte maggiori che portano l’artista a sviluppare i suoi progetti. Proprio sulle ambiguità si gioca il rimando tra Vuoti e Bruciature, dialogo tra paesaggi reali e paesaggi astratti, creati con colori, tecniche differenti e vere e proprie bruciature, che si trasformano in soli o lune al centro dell’immagine di Polaroid, istantanee da altri mondi.

Com’è nata l’idea di ragionare sul vuoto?
«Più che sul vuoto volevo ragionare sul bianco e nero, colori che in fotografia corrispondono alla mancanza di informazioni, quindi quello che noi percepiamo come un vuoto. Un lavoro che non nasce come un’isola ma è un percorso che va avanti da tempo, le immagini in mostra appartengono a tre gruppi di lavori diversi. Tra questi, le Manipolazioni, sono già state oggetto di una mostra fatta qui da Operativa, un lavoro che va avanti da sette anni sul tentativo di rappresentare il paesaggio senza fotografare il paesaggio . Nella nuova serie, ho ripreso l’idea bruciando con l’accendino l’immagine mentre si sviluppa, sfruttando la chimica della Polaroid e altre tecniche per restituire quello che diventa, poi, un paesaggio astratto».

Quei paesaggi quasi lunari quindi, sono il risultato di tecnica e sperimentazione ma non di una ‘vera fotografia’. Un approccio concettuale.
«L’unica vera fotografia che faccio, in questo caso, è ai colori e alle fonti di luce. Questa serie di Polaroid le ho realizzate proprio in occasione di una commissione di Inside Art, cogliendo l’invito a realizzarle per una copertina (n.#103 n.d.r.) ho iniziato a bruciare le immagini, lavorando sulla cancellazione del paesaggio attraverso l’astrazione, è stata una scintilla. Le Polaroid si collegano al lavoro precedente delle Manipolazioni».

Questa mostra rilegge alcuni lavori tra il 2008 e il 2017, ma ha un carattere dichiaratamente anti-narrativo. Com’è nata?
«Vuoti e Bruciature nasce come idea dalle immagini delle scogliere di Sampieri, dei buchi all’interno che contengono acqua e dove non arriva la luce, quell’acqua nell’oscurità del foro diventa nera. Non essendoci rifrazione, il risultato è il nero puro. Dall’idea del nero puro, in particolare, è nata la mostra. A queste si ricollegano le immagini realizzate a Pantelleria, dove il vuoto – sempre pozzanghere sugli scogli- crea delle immagini che appaiono paesaggi dall’alto, si crea invece per eccesso di luce. Un gioco di scambio di opposti tra immagini che sembrano la stessa cosa ma portano a risultati diversi». 

E le sculture?
«Le sculture sono frutto del lavoro preparatorio delle immagini in studio, è una mia abitudine, lo faccio spesso con il legno. Questa volta però ho deciso di mostrare anche in galleria l’astrazione del paesaggio e l’oggetto da cui parte l’astrazione. Ho provato in studio a creare il vuoto all’interno dell’elemento naturale, scavando una tavola di legno. Si tratta di un buco di spessore di meno di un millimetro, che dà l’impressione di essere un segno grafico e invita lo spettatore a guardare dentro. L’idea iniziale era di ricreare il nero fotografico in studio. In fotografia è difficile capire cosa è vero e no, invece volevo dare la possibilità di fare l’esperienza senza mediazione tra me e il pubblico, dando al pubblico la possibilità di sperimentare quello che ho sperimentato io tra le scogliere. Ho scelto il marmo per restituire l’idea di pietra che c’è nelle foto, elementi che riportano alla natura e quindi alla realtà. L’altro motivo è grafico, il marmo è come un foglio bianco su cui creare il foro nero. Per me più che sculture sono esperimenti fotografici, dispositivi per ricreare il nero fotografico».

Con la scultura, il vuoto di Alessandro Dandini de Sylva diventa parte del volume, un vuoto convesso, tangibile e sperimentabile. La fotografia entra nella realtà, attraverso la rappresentazione.

 

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