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Una Biennale africana

In occasione del prossimo Ravy Festival 2016, la Biennale di arti visive, che si svolgerà a Yaoundé, in Cameroun, dal 25 al 31 luglio. pubblichiamo la conversazione tra il direttore artistico Serge Fouka Olivier e l’artista italiana Dominique Catton l’unica italiana presente in rassegna.

Perché sei un’artista? «Sono un’artista perché mi piacerebbe ricoprire un ruolo sociale attivo. Sono affascinata dall’umanità, con le sue debolezze, paure e desideri inespressi. La mia personalità è pervasa da un’emotività complessa e la pratica artistica mi consente di percorrere un viaggio interiore verso la conoscenza di me stessa e del mondo circostante. Imparo a dare un nome alle emozioni più intricate, al dolore più struggente, all’emozione più grande. Attraverso un linguaggio non verbale fatto di sfumature, silenzi, attese, creo uno spazio di riflessione che mira a ritrovare una nuova dimensione di pace e armonia con il mondo».

Perché hai scelto la fotografia e l’arte digitale come mezzi espressivi? «È stato casuale, al tempo in cui studiavo alla Rome University of Fine Arts (RUFA). Ho scoperto nel linguaggio fotografico un’efficacia ed un’immediatezza particolari per documentare ed esplorare tematiche personali, intime e complesse quali la riscoperta della dimensione spirituale nel quotidiano ed il senso dell’esistenza. A New York ho approfondito la mia conoscenza della fotografia scoprendo che potevo dipingere con il video, utilizzare le immagini in movimento, come fosse pittura».

Quale è la relazione che intercorre tra fotografia e video nel tuo metodo di lavoro? «La fotografia ed il video sono connessi, l’uno è il completamento dell’altro. La fotografia rende eterno un momento, lo sospende, a volte lo uccide. Il video invece pur appartenendo al tempo presente, non appartiene mai ad un tempo finito, non si può circoscrivere. Utilizzo un linguaggio piuttosto che l’altro a seconda delle necessità, non mi pongo mai limiti, lascio sempre la possibilità di cambiare tutto in corso d’opera. Il mio metodo di lavoro non è definito a priori, viene stabilito durante il processo. Immagini e suono comunicano tra loro intrecciandosi, mischiandosi, l’uno prendendo il posto dell’altro. Confondendosi».

Quali sono le tematiche affrontate nel tuo lavoro? «Nei miei ultimi lavori affronto tematiche a carattere etnologico ed ambientale, con un taglio documentaristico, raccontando storie ed esperienze vissute da personaggi e popolazioni che ho avuto l’occasione di conoscere durante il mio soggiorno nel continente africano. Tema centrale della mia ricerca è sempre la condizione umana, con i suoi doveri nei confronti della società, oneri verso la propria famiglia, il senso di appartenenza ad un gruppo o a qualcosa, ma al tempo stesso il desiderio di liberazione da ogni vincolo. Nel mio lavoro gli elementi naturali rappresentano il luogo dove il sacro viene elevato e preservato. Attraverso l’acqua, la sabbia ed il vento viene celebrata la vita. Il mare con la sua profondità custodisce segreti e misteri dell’umanità, guarisce ferite e per via del suo potere catartico pulisce dal dolore e dalla tristezza riportando nuovamente alla vita».

Quali difficoltà riscontri al momento delle riprese fotografiche o video? «A volte, soprattutto in Africa, è difficile passare inosservati quando si tiene tra le mani un apparecchio fotografico. Le persone ti vengono incontro sorridendo cercando di interagire con l’obiettivo e questo spesso rappresenta un problema quando non vorresti essere vista affatto. Altre volte invece è utile poiché hai tempo e spazio per entrare di più nell’intimità dei soggetti».

Hai realizzato alcuni lavori sull’Africa. Perché hai scelto di raccontare e parlare dell’Africa? «Dal 2013 vivo tra l’Europa ed il continente africano. Ho viaggiato e vissuto tra il Senegal, il Mali ed il Camerun e così è cominciata la vera avventura. Sentivo il desiderio e la necessità di dare al mio lavoro un aspetto più sociale, e non solamente autoreferenziale. Ho conosciuto Re, assistito a cerimonie religiose e viaggiato lungo un fiume per giorni. L’Africa è ancora un continente vergine , dove puoi incontrare maghi e stregoni, curarti con le piante della foresta e avere tempo. L’Africa per me e per il mio lavoro rappresenta la possibilità di affrontare tematiche esistenziali unite a vere problematiche di sopravvivenza. Parlare di una banale malattia che non viene curata e dell’approccio con la quale viene affrontata. In Europa abbiamo dimenticato di ringraziare la vita per quello che ci viene concesso ogni giorno. L’Africa, con i suoi tanti problemi mi ha insegnato e continua ad insegnarmi a vivere e rispettare la vita».

Come paragoneresti il contesto africano e quello occidentale? «L’Africa sta vivendo ora la sua rivoluzione tecnologica. Mai prima di ora le persone avevano avuto accesso a così tante informazioni con tanta facilità. Si è passati dal telefono allo smartphone senza quasi passare per il personal computer. È un continente in divenire, dove tutto è ancora da costruire. In Africa si respira un grande desiderio di cambiamento, di positività verso il futuro e anche se in un contesto difficile nel quale vivere, fatto di corruzione e grandi ingiustizie sociali, rispetto all’occidente dove tutto è saturo di tutto, l’Africa è solo agli inizi. Penso sia molto eccitante prendere parte a questo momento storico del continente e ne sono orgogliosa».

A luglio parteciperai alla quinta edizione del Ravy Festival in Camerun. Come hai ricevuto questa opportunità? «Ho vissuto in Camerun un anno dove sono entrata in contatto con artisti locali e residenti all’estero collaborando a diversi loro progetti. Il lavoro degli ultimi 3 anni è stato interamente realizzato sul continente africano ed il comitato artistico ha ritenuto che la mia partecipazione fosse significativa in riferimento alle tematiche affrontate e alla mia esperienza culturale».

Che cosa esporrai alla Biennale di Yaoundé a Luglio? «Alla biennale di Yaoundé esporrò 4 lavori, 2 recenti che appartengono al ciclo africano, consistenti in un progetto fotografico intitolato Foresta Sacra che racconta la storia di un re, Sibilumbaï Diedhiou che vive all’interno della foresta di Casamance in Senegal. Riceve i suoi visitatori ai margini di un’area protetta da alberi centenari conosciuti solo in questa parte del mondo. Le sue gesta sono gentili, la sua voce profonda. Anche se non detiene nessun potere politico è uno degli ultimi Re rimasti in Senegal. Nel suo sguardo si leggono tristezza e nostalgia per quel tempo in cui si chiamava Olivier e lavorava come meccanico nella capitale Dakar. È una storia umana che parla di sacrificio e privazione oltre che di onore e riconoscenza. Il secondo lavoro è un video a più canali che ritrae scene di vita quotidiana di un’antica popolazione che vive ai margini del fiume Niger in Mali, I Bozos, considerati I ”maestri del fiume”. Lo considero ai margini tra la video d’arte ed il documentario, mostra usi e costumi di una popolazione come fosse una finestra sul mondo. Non vi è narrazione, solo suggestioni di immagini e suoni, che si spengono e si accendono creando un ritmo visivo ed emotivo che lascia l’impressione dell’esperienza. Gli altri due lavori invece appartengono alla mia produzione precedente al ciclo africano. Il primo, Viaggio a Zer0, è un progetto fotografico e poetico, un dialogo intimo, testimonianza di un’interiorità che si dispiega nelle opere che presento. In questo lavoro affronto il disagio dell’uomo moderno in relazione all’incapacità di ritrovare, riconsiderare e godere del tempo da dedicare ai sentimenti primari, all’ascolto dell’anima ed all’arricchimento interiore minacciato e compromesso dalla pressione che il sistema economico e culturale impone alle nostre vite. Un percorso di conoscenza che vuole avvicinare il fruitore al sentire del mondo, condurlo attraverso diversi canali comunicativi in uno spazio di silenzio che si realizza in azione. L’ultimo è Till You è un video del 2012. Anche qui ritornano gli elementi di cui abbiamo parlato prima come centrali nei miei lavori: il legame con la luce, la potenza delle sue rifrazioni e la partecipazione onnipresente della natura. Ma in questo lavoro essenzialmente autobiografico ho inserito anche un altro elemento, la narrazione. Ho voluto raccontare attraverso questo registro un viaggio che sto ancora vivendo, un viaggio i cui confini sono ancora indefiniti. E’ un percorso che fa rumore (da qui il rumore del treno che però sfugge e si cela allo sguardo come qualcosa di materiale e non essenziale ai fini del racconto) fatto di tappe e di moti , che porta con se e coinvolge nella sua corsa legami affettivi, pensieri, progetti futuri e uno sguardo sempre diverso sulla realtà che ci circonda. E anche essa, come gli oggetti illuminati, cambia continuamente. Till you esorta (nel titolo) e insieme nega (di fatto) un arrivo».

Quali sono le vostre aspettative riguardo al festival? «Sono onorata di prendere parte a questo grande evento culturale a Yaoundé, il più grande festival di arti performative in Africa. E’ un’ottima occasione per esporre con artisti africani ed internazionali e prendere parte al dibattito culturale africano, che il mio lavoro celebra. Non vedo l’ora che arrivi e sento che rappresenterà una tappa importante nella mia vita. A luglio mi trasferirò lì per 2 anni, per continuare un lungo lavoro su una popolazione di pigmei in via di estinzione. Il Ravy Festival rappresenterà oltre che un grande onore anche il più dolce dei benvenuto».

 

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