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Carta bianca

Nel 1999, con la pubblicazione del suo libro The Last Speakers, il linguista canadese K. David Harrison ha riacceso tra i colleghi il dibattito su quante parole esistano nella lingua eschimese per dire neve, affermando che ve ne siano circa cento. Tra le motivazioni addotte dagli antropologi per spiegare il fatto allora evidenziato vi fu la complessità stessa del rapporto che lega questo popolo a tale fenomeno atmosferico. La personale fotografica di Giulia Spreafico, Carta Bianca, non parla dell’Alaska, e neanche della diatriba linguistica, ma racconta comunque una storia sul rapporto che l’uomo può instaurare con l’ostilità del ghiaccio e della neve e sugli infiniti modi per descriverlo. La mostra si articola così in tre cicli di opere realizzati negli ultimi due anni che, in una sorta di climax dalla ricerca al voyerismo, rileggono la storia del legame tra gli esploratori e i ghiacci, partendo dalle rischiose e romantiche spedizioni dell’inizio del secolo scorso, fino a quelle recenti finalizzate alla mappatura del Polo Sud. La serie in grandi dimensioni Un punto muto segna l’incipit, riproponendo le fotografie scattate durante la spedizione in cui nel 1912 l’inglese Robert Falcon Scott perse la vita. Qui Spreafico si immedesima con la sete di scoperta dell’esploratore e con la sua incapacità di cogliere ostacoli e pericoli di quel viaggio.

L’artista cuce perciò ponti e passaggi sull’immagine fotografica, ripetendo tale procedura anche nei successivi lightbox dove l’iconografia della casa campeggia ricamata sopra odierne immagini satellitari. Quasi l’ottica di immedesimazione avesse lasciato il posto a una necessità propria dell’artista, la serie Momentaneamente al buio si spinge fino all’idea di abitare quei luoghi, trovando poi contrappunto nelle più riflessive immagini in sali d’argento di Ripercorsi – (P.O.I.), capaci di arrestare lo slancio entusiasta appena goduto. Ciò che si coglie sul finale è infatti il disincanto dell’artista nell’indagine sulle attuali spedizioni e sulla mappatura proposta dal satellite: linee bianche e dritte segnano l’incedere scientifico e disilluso tra ambienti inabitabili ma ormai prevedibili, quanto tra i pixel sgranati di una costante ma immutabile osservazione. Nella narrazione ideata, l’artista non lascia mai solo chi guarda e trasforma l’esposizione stessa in un percorso attraverso il tempo e i ghiacci, recuperando elementi cari alla sua dialettica e invitando a una riflessione su possibili finali. L’Antartico diventa un pretesto con cui l’artista indaga, spingendolo all’eccesso dell’impossibilità, il concetto di dimora, di legame con l’ambiente e con le sue connotazioni. L’intero percorso è così scompaginato dallo scontro tra scientificità e sensazioni e il bianco della neve, in tutte le sue infinite forme, finisce per sembrarne l’unico collante. Dal 6 aprile al 7 maggio; T-space, Via Bolama 2, Milano; info: www.t-space.it 

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