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BNL Media Art Festival

L’appuntamento è dal 13 al 17 aprile, parliamo del BNL Media Art Festival, format romano ospitato da istituzioni come il Maxxi, RUFA e varie sedi Mibact. Alfonso Molina è fondatore e direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale che cura l’evento costituito da lecture, installazioni e convegni. Un vero e proprio laboratorio diffuso di produzione artistica per avvicinare i giovani all’uso creativo, attivo e innovativo della tecnologia.

Professore, dall’edizione pilota dello scorso anno al BNL Media Art Festival di quest’anno con evidenti segni di crescita. Cosa è cambiato?
«Siamo riusciti a confermare e sviluppare tutte le scelte fatte con l’edizione pilota, grazie a un attento lavoro di tessitura sul territorio e far dialogare musei, ambasciate, centri di formazione ecc. Per fare un esempio concreto, le otto location di quest’anno – Mibact, Palestra dell’Innovazione, RUFA, Quasar, Goethe Institut, Accademia di Spagna e Ambasciata del Cile – non sono mere sedi, spazi fisici, ma sono nodi cruciali di una rete, che farà proseguire le proficue collaborazioni avviate anche in futuro. Abbiamo lavorato per creare un meccanismo in movimento, che si articola e crea nuove relazioni. Quindi crescita nelle partnership e nelle alleanze a cominciare da Bnl, che ha creduto nella capacità della media art di comprendere e interpretare le trasformazioni e le urgenze culturali di questo nostro mondo che cambia così velocemente. Poi il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), Regione Lazio e Roma Capitale. Collaborano anche Samsung, Google Cultural Institute, Ambasciata degli Stati Uniti d’America, Ambasciata d’Israele, Ambasciata dell’Ecuador, Ambasciata di Francia. E media partner sono Rai, Wired e Inside Art. In mostra ci sono oltre 70 artisti che provengono da più di 20 paesi, dal Canada alla Turchia. Portiamo a Roma i massimi esperti, figure di rilevanza mondiale, come Gerfried Stocker, managing director Ars Electronica Linz, Siegfried Zielinski, Founding Rector Academy of Arts & Media Cologne e Rector University of Arts & Design Karlsruhe, Antoni Muntadas, media artist e professore di Arte visiva alla Iuav di Venezia. Anche questo è un aspetto importante, perché ricerca e formazione non devono essere separate. Mai. Per questo abbiamo rinforzato ulteriormente anche l’aspetto educativo con le scuole trasformate in atelier. Tredici artisti per quattro mesi hanno lavorato in 12 scuole di Roma, Napoli e Milano per realizzare opere condivise in mostra al Maxxi».

Quali sono i temi cardine del Festival di quest’anno?
«Esploriamo con l’arte tutte le sfide della società in cambiamento, da Internet delle cose alla realtà virtuale, dall’impresa creativa inserita in un sistema produttivo all’arte per l’inclusione o all’atelier in un laboratorio di fabbricazione digitale. Cominciamo a parlare di cambiamento dal primo giorno. Nella tavola rotonda di apertura, Gerfried Stocker, direttore artistico e ingegnere delle telecomunicazioni, ci racconta come una città può cambiare. L’esempio è la città di Linz, in Austria, che ha creato una vera e propria economia intorno alla media art. Vogliamo coinvolgere un pubblico molto diversificato, per questo abbiamo progettato varie tipologie di eventi, dal breakfast con arte alla lecture, dalla performance alla tavola rotonda. Chiunque, lo studente, il manager, il creativo, può trovare suggestioni e strumenti per vivere in modo più costruttivo i cambiamenti che stiamo affrontando. Un tema probabilmente inedito in un festival d’arte è quello dell’imprenditoria. Dal pitch con l’artista, che vede cinque digital artist presentare agli imprenditori il proprio progetto creativo con un elevator pitch, ai project work del master in Digital Humanities, vogliamo dare il nostro contributo alla crescita del sistema produttivo culturale italiano, grazie alla formazione di artisti con la mentalità di startupper. Faccio un esempio concreto: il settore della game industry non mostra segnali di crisi e si conferma al vertice dell’intrattenimento mondiale. L’artista intermediale Lino Strangis, nel laboratorio Video Lab della Palestra dell’Innovazione, ha coinvolto alcuni giovani nella realizzazione del progetto Virtual Immersive Environment per sperimentare nuove applicazioni delle tecnologie immersive, che sappiano coniugare l’esperienza artistica con i gusti del pubblico e le logiche del mercato. L’esperienza artistica è stata trasformata in un videogioco, che grazie alla tecnologia dei caschi virtuali tipo Oculus, immerge lo spettatore in una esperienza multisensoriale. Si tratta di una scelta produttiva ancora inedita nel panorama italiano, tanto che Bnl, title sponsor del Festival, intorno al lavoro dell’artista ha voluto costruire un vero e proprio corner a disposizione dei giovani, proprio nella Palestra dell’Innovazione. Una scelta coraggiosa, di cultura e di mercato, perché in Italia il settore del videogioco genera un giro d’affari vicino al miliardo, numeri che ci pongono al terzo posto in Europa e al nono posto nel mondo».

Ancora una volta il Festival associa l’aspetto espositivo con quello formativo. Quanto è importante secondo lei formare i giovani alla cultura digitale?
«Non solo è importante, è fondamentale. Per il lavoro, per la vita. Ma non solo per i giovani, per tutti. È questa la nuova sfida. E su questo fronte siamo impegnati da anni anche con l’elaborazione di modelli esplicativi che facciano da linee guida, come il modello di educazione per la vita, che comprende sei aspetti, tre di contenuto (conoscenze codificate, competenze per la vita e valori per una cittadinanza responsabile) e tre modalità di apprendimento (Lifelong learning, Lifewide learning e Lifedeep learning). La media art apre molteplici percorsi didattici per l’apprendimento e la pratica delle competenze digitali, della creatività, dell’intuizione e dell’interiorizzazione, dell’espressione emotiva, della comprensione culturale, della comunicazione personale e intra personale. Inoltre la media art aiuta a stimolare un approccio chiamato whole-brain all’educazione per la vita in contrasto all’approccio orientato solo all’emisfero sinistro del cervello che ha predominato nell’educazione tradizionale. Per questo abbiamo introdotto la media art anche nella Palestra dell’Innovazione, perché vogliamo creare uno spazio di esperienza a cervello completo. Laboratori interattivi e ambienti digitali offrono esperienze di apprendimento coinvolgenti e trasformative, per diventare attori del cambiamento a tutte le età».

Crede che in Italia ci sia un gap da colmare riguardo alla cultura digitale rispetto ad altri paesi considerati molto innovativi?
«Ci sono dati e ricerche che confermano questo ritardo, a tutti i livelli, dalle infrastrutture alle competenze delle persone. Si sta facendo molto, ma non è ancora abbastanza. Serve un’accelerazione. Su questo ci siamo impegnati proprio nel quotidiano. All’interno della Palestra dell’Innovazione abbiamo realizzato diversi ambienti digitali (coding lab, fab lab, game lab, immersive lab, video lab ecc.), che mettiamo a disposizione delle scuole e del territorio. Ogni giorno accogliamo centinaia di studenti e di giovani. Nel week end ci vengono a trovare le famiglie, i genitori con i bambini. E ora stiamo aiutando le scuole a creare altre Palestre sul modello della nostra, per allineare istruzione e formazione alle sfide del 21esimo secolo. Per questo, con il supporto del Miur, è nata la Rete nazionale delle Palestre dell’Innovazione. Tra le recenti inaugurazioni c’è anche un FabLabArt, il primo dedicato alla prototipazione artistica e il primo ospitato presso un Centro provinciale per l’istruzione degli adulti».


Quali pensa che dovrebbero essere le priorità nell’agenda politica dell’Italia per incentivare la sensibilità alla digitalizzazione?

«La scuola. Serve rinnovare il modello di istruzione che non può più essere basato solo su conoscenze standardizzate. Serve un modello di educazione per la vita. E poi una maggiore attenzione ai cittadini, alle persone, soprattutto a quelle più fragili, perché sono a rischio di esclusione».

Il Festival propone molte tappe in differenti location. Come è nata l’idea di diffonderlo in così tanti luoghi della capitale?
«Per noi la conoscenza è condivisione. L’arte è condivisione. E le città hanno bisogno di respirare cultura, di fare cultura. Scegliere tanti luoghi diversi significa permettere a persone diverse di incontrarsi, di dialogare. Altrimenti quando si incontrano un ambasciatore e un artista? Un maker e un manager della cultura? Chi studia può incontrare chi fa ricerca, chi ha un’idea trova chi ha i soldi per realizzarla. Chi fa arte ha la possibilità di farsi conoscere da chi vuole investire in cultura e in mercati che trainano fuori dalla crisi. Il filo conduttore è ovunque la contaminazione, di arti, di generi, di tecniche e tecnologie, di autori e spettatori. Perché la media art è quella forma d’arte che usa le tecnologie che cambiano le nostre società. Si discute di Internet delle cose, di fabbricazione digitale, di tecnologie immersive, di inclusione sociale, di nuovi lavori e perfino di occupazione giovanile. Mentre si ammirano con curiosità opere che, per la prima volta in Italia, ci aiutano a guardare il cambiamento da una prospettiva diversa. Ci piace immaginare queste otto location come uno spazio diffuso di coworking. Per cinque giorni lavoriamo insieme a una nuova immagine di città, Smart&Heart Rome».

Info:  www.bnlmediaartfestival.org 

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