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Arte in centro

Fino al 6 settembre 2015 sarà possibile visitare la grande mostra Qui non si canta al mondo delle rane a cura di Andrea Bruciati e ideata per la seconda edizione di Arte in Centro. Mete contemporanee. Un’esposizione articolata e interessante che coinvolge diversi spazi espositivi in tre splendide realtà del centro Italia tra Marche e Abruzzo. Ad ospitare la tripartita esposizione sono le sedi della galleria d’arte contemporanea Osvaldo Licini di Ascoli Piceno; il Palazzo Clemente e il Palazzo De Sanctis a Castelbasso; il museo delle genti d’Abruzzo e lo Spazio Matta a Pescara. Il progetto è stato reso possibile grazie all’Associazione Arte Contemporanea Picena, ad Ascoli Piceno, alla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, a Castelbasso (Teramo) e alla Fondazione Aria – Fondazione Industriale Adriatica a Pescara. Il titolo della mostra trae ispirazione da un verso, estrapolato e liberamente modificato, di Cecco d’Ascoli. L’attualità del passo risiede nell’incentivare una ricerca artistica e culturale che stimoli lo sviluppo della nostra società contemporanea. Un verso estrapolato da uno scritto dalla disarmante chiarezza e reso forse un po’ complesso nel suo accostamento ad artisti dalle ricerche molto diverse e spesso diametralmente opposte. Tuttavia, va al curatore il merito di aver reso possibile un confronto attivo tra artisti giovani e meno giovani con alcuni tra i capisaldi della storia dell’arte contemporanea italiana.

Ma procediamo per sedi. Il museo Osvaldo Licini di Ascoli Piceno accoglie Gina Pane, presentandone la ricerca nei suoi passaggi chiave: dalle Structures Affirmées (1965- 1969) alle più note performance, descrivendo delicatamente la sua attenta indagine sul corpo e sulla natura. Ad accompagnarla in maniera più che egregia c’è Yuri Ancarani con il suo Sèance, il cortometraggio che racconta, attraverso la voce e il sentimento di una psicologa, la vita di Carlo Mollino. Sempre nella sede di Ascoli trovano spazio i lavori di Francesca Grilli, Diego Marcon, Moira Ricci e Luca Trevisani. A Castelbasso, indubbiamente la sede più suggestiva, la retrospettiva di Gino De Dominicis dà il via a una riflessione sull’immortalità, sull’utopia e sulla smaterializzazione del reale. Dal Manifesto mortuario (1969), fino alle nuvole raccolte nell’ultima sala, una presentazione più che accurata dell’arte sospesa tra astrazione e realtà che tanto affascinava l’artista marchigiano. Il dialogo in questa sede vede coinvolti Rosa Barba, Thomas Braida, Luigi Presicce, Agne Raceviciute e Luca Vitone. Le tele di Braida, oltre a un’apprezzabile ripresa della pittura, sono forse il lavoro che, in maniera più naturale, si avvicina alla ricerca ironica e trasversale di De Dominicis.

Infine Pino Pascali si affaccia letteralmente su Pescara dalle grandi vetrate del museo delle Genti d’Abruzzo. In mostra alcune tra le sue opere più note e un’interessantissima documentazione dei suoi lavori come pubblicitario, vignettista e scenografo. La dimensione ludica non viene solo esplorata, ma viene resa baluardo di una ironica e lungimirante visione della realtà. Molto riuscito l’accostamento degli artisti che accompagnano Pascali nello Spazio Matta. Il giovanissimo Federico Tosi, con il suo Live strong, meows hard (2015), esalta la sua irriverente ricerca artistica e antropologica. Si susseguono le opere di Simone Berti, Rossella Biscotti, Pierpaolo Campanini e Invernomuto che, in maniera diversa, indagano sulla storia e sulla percezione di questa non tralasciando mai l’ironia come chiave di lettura. Tuttavia scrivere su una mostra così densa, complessa e sfaccettata non è cosa semplice. Scrivere poi di una mostra che chiama in causa Cecco d’Ascoli riprendendone un verso e trasformandolo, un po’ deliberatamente, non è semplice; ma soprattutto non è semplice attualizzare il discorso di un poeta, filosofo, ma soprattuto astrologo che morì sul rogo per difendere la ricerca, la scienza e la cultura. Non è semplice parlarne a cuor leggero, quando gli eroi che perdono la vita in nome della conoscenza esistono ancora e purtroppo continuano a perdere la vita uccisi, brutalmente, da gruppi di fanatici. Forse nulla è cambiato, forse ci troviamo solo in una prospettiva privilegiata d’osservazione, una prospettiva che ci permette di stare comodamente qui a parlare di cultura, dialoghi generazionali, filosofeggiando su nuvole ed astri. Nulla rende facile questa recensione, ma gioire della nostra libertà e consapevolmente apprezzarla potrebbe essere un buon motivo per scrivere di questa mostra.

 

 

 

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