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Villa Celle, made in Eden

Quando ci capita di entrare per un certo tempo in un luogo magico, dove idee e sogni hanno preso la forma di opere d’arte c’è solo un imperativo da seguire che ci impone di lasciare tutto il nostro traffico quotidiano fuori dai confini fisici dello spazio che ci sta per incantare. Villa Celle, nel pistoiese, con la sua collezione di circa settanta opere d’arte ambientali risponde a queste dinamiche. Spazi per l’arte, all’interno della seicentesca villa con i suoi annessi e all’esterno degli edifici nell’immenso parco, dove i luoghi della natura sono lasciati vergini in previsione dell’arrivo di un artista che lì possa concepire una sua creazione. Assomiglia ad un’utopia, un progetto fantastico o una favola, pura letteratura. Una favola che invece ha il suo principe, Giuliano Gori che negli anni ’60 visita il Museo Catalano di Valencia e capisce che le opere d’arte per essere e rimanere tali devono avere un loro specifico contesto che le accolga.
L’arte di allora cominciava quel processo inesauribile arrivato fino ai giorni nostri di mercificazione, in cui le opere sono oggetti di scambio, speculati e abusati, come ci ricorda in questi anni il filosofo Zygmut Bauman. In controtendenza Giuliano Gori fantastica un luogo dove gli artisti possano concepire le loro creazioni in un ambiente, un contesto che renda possibile la genesi dell’opera e che ne segua la vita, uno spazio dedicato a opere permanenti e inamovibili per fugare ogni ipotesi di mercificazione.

Alla fine degli anni ’70 acquista dagli eredi del bibliofilo Marino De Marinis la Villa Celle e il suo immenso parco per dare forma ai suoi sogni. Immersa nelle colline pistoiesi ha inizio un’avventura aperta ancora oggi a tutti, artisti, amatori e viaggiatori. Lungo la strada pistoiese un’opera di Alberto Burri Il Grande Ferro Celle posta nel 1986, funziona da faro e il suo color rosso minio segnala che l’ingresso all’Arcadia dell’arte, come è stata definita Celle, si trova proprio lì.

La Villa non sarà un museo, così come congetturato dal padrone di casa, ma un luogo dove gli artisti s’incontrano e dove nascono idee, una fabbrica di capolavori, un laboratorio interdisciplinare. Negli anni hanno trovato asilo molti artisti, anche quelli che non hanno lasciato fisicamente opere d’arte, ma che hanno dato vita a salotti artistici stravaganti e divertenti. Arriva infatti a Celle Andy Warhol che non dimentica di ritrarre Giuliano Gori, Niki de Saint-Phalle e Christo, che qui viene a presentare uno dei suoi più ciclopici progetti di Land Art in America. Avvenimenti artistici e umani, opere d’arte come propulsori di altre forme d’arte, perchè tra gli artisti stranieri arriva anche la statunitense Beverly Pepper che per Celle realizza sul digradare di una collina una scultura che è anche un anfiteatro, un’ Anfiscultura, spazio adatto per momenti di teatro e danza. Gli artisti che si sono succeduti negli anni hanno trovato in Giuliano Gori un mecenate fuori dai suoi tempi contemporanei, un committente attento in grado di innescare stimoli fertili, talvolta fortemente dialettici. Fausto Melotti è l’artista primitivo che, dopo aver ambientato nel 1971 Amore nel parco di Celle, partecipa con una nuova opera su uno dei due laghi nel parco, Tema e Variazioni II, all’inaugurazione della collezione Gori il 12 giugno 1982. In quella data diciotto opere, otto all’interno della villa e dieci all’esterno danno inizio ad uno strabiliante viaggio d’arte. Michelangelo Pistoletto realizza Il Testacoda, La coda dell’Arte Povera, Gilberto Zorio incide con il fuoco una delle sue stelle misteriose, Mimmo Paladino ambienta creature del bosco negli ambienti all’ultimo piano della villa con l’opera VINCItore.Tutta la musica del bosco. Qui davanti. Passaggio di segreti, che da una finestra arriva idealmente al paese leonardiano di Vinci all’orizzonte. E ancora in quel momento di battesimo altri artisti Robert Morris, artista amico di Gori che dal 1982 ha realizzato altre opere come la Venus del 2012, e Dani Karavan, Dennis Oppenheim, Alice Aycock ed altri. Questo solo l’inizio di un sodalizio umano tra Giuliano Gori e gli artisti da lui invitati e di un sodalizio sacro tra arte e natura, in cui la natura accoglie e preserva l’opera d’arte, assicurandole anche sempre nuove vite, vestendola di trasformazioni legate al susseguirsi delle stagioni e all’avanzare della natura stessa.

 

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