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Writers vs Retakers

Che il degrado a Roma sia diventato un problema molto ingombrante è sotto gli occhi di tutti; incuria e vandalismo offuscano le bellezze della città e l’amministrazione sembra aver gettato la spugna, e non è un gioco di parole. L’insoddisfazione generale ha stimolato la critica e la partecipazione attiva dei cittadini, in rete proliferano i blog di denuncia e un numero sempre maggiore di volontari partecipa a iniziative finalizzate alla riappropriazione degli spazi pubblici. In questo contesto nasce Retake Roma, movimento no profit che organizza eventi di clean up nella capitale grazie all’intervento diretto degli abitanti. Scritte sui muri, manifesti e adesivi abusivi, sono questi i maggiori nemici dei retakers che armati di raschietto, vernice e solvente per graffiti sembrano determinati a cambiare la situazione.

Ecco quindi aprirsi un acceso dibattito sul decoro urbano, quasi diciassettemila sono gli utenti facebook che hanno dato il loro apprezzamento a Retake e ben cinquantacinque gruppi di quartiere si sono formati in poco tempo per un susseguirsi di operazioni di repulisti. D’altra parte le finalità del movimento hanno sollevato non pochi scetticismi in coloro che vedono la questione del degrado urbano come la punta di un iceberg ben più grande. Andando oltre ogni critica il successo del progetto è confermato dal gran numero di retake fatti ad oggi, la battaglia per la riconquista dei beni comuni sembra dunque essere un’idea vincente e continua a coinvolgere centinaia di cittadini. Di fronte all’esigenza del popolo capitolino di fare ordine e pulizia, sorgono però alcune perplessità strettamente connesse al mondo della street art. Come distinguere per esempio quest’ultima dal vandalismo? La linea di confine è spesso sottile e non è facile stabilire canoni oggettivi di valutazione. Da quel che si legge sul sito di Retake il discrimine sembra farlo la legge: tutto ciò che è abusivo e illegale deve essere rimosso, prescindendo dal suo eventuale valore artistico. Tale scenario non è rassicurante e c’è senz’altro chi, a questo punto, menzionerebbe la libertà d’espressione e chi affermerebbe che il degrado si può combattere con la creatività. Tralasciando qualsiasi considerazione etica, la questione offre lo spunto per fare una considerazione sull’evoluzione che sta investendo il fenomeno della street art. Prima illegale, poi riconosciuta e autorizzata dalle istituzioni, stiamo ora forse arrivando al punto in cui si dovranno inserire norme a tutela delle opere? Difficile non pensare a un paradosso. C’è da dire per completezza che fin’ora quando i volontari si sono trovati davanti a interventi di arte urbana non hanno mai agito per la loro eliminazione, al contrario è capitato anche che il loro operato abbia restituito visibilità a lavori seppelliti dall’abusivismo. Ma non la pensa esattamente così la fondatrice del movimento Rebecca Spitzmiller, che della legalità fa la sua bandiera.

Retake Roma si propone di eliminare dalle pareti della città tutto ciò che è illegale, quindi anche le opere di street art non autorizzate?
«Se una cosa è illegale è vandalismo. Io non faccio giudizi di valore. Se Banksy facesse un’opera sul muro di casa mia la rimuoverei per venderla e userei i soldi per ripulire le strade. Il fatto che sia ormai un artista famoso non giustifica il suo agire nell’illegalità, anzi crea solo un precedente molto forte e autorizza indirettamente gli altri ad agire allo stesso modo. Ma nel nostro movimento non c’è una regola, ogni retakers agisce come crede in base al proprio buon senso, possono esistere delle eccezioni cercando sempre di comportarsi nel rispetto di tutti. Il rispetto però non va dato solo all’artista, ma anche a chi quel muro vuole vederlo pulito.»

Arte e legalità, un accostamento particolare.
«Da questo punto di vista la mia esperienza personale è stata determinante. Io sono prima di tutto un’artista, ho insegnato arte nelle scuole pubbliche negli Stati Uniti prima di studiare giurisprudenza e diventare professoressa di diritto comparato. Retake Roma rappresenta proprio la simbiosi di questi due interessi, l’arte e la legalità. Amiamo l’arte, ma amiamo anche la pulizia, l’ordine, il rispetto per gli altri, e l’idea che la creatività sia ottimizzata dalla combinazione di tutti questi elementi.»

In che modo RR promuove invece l’arte legittima?
«Colleghiamo giovani artisti con i privati, per esempio proprietari di condomini e negozi, e li aiutiamo a concordare un progetto. Lo scorso maggio abbiamo contattato l’artista americana Christina Finley che ha rivestito con carta da parati decorata un cassonetto. Abbiamo scelto quest’elemento perché emblematico. Le cose più brutte e banali possono diventare delle vere e proprie opere d’arte, ma sempre nel rispetto della legalità. Come possiamo apprezzare le bellezze della città se intorno a noi è tutto sporco e fatiscente? Prima si pulisce, poi si crea.»

Qualcuno vi ha accusato di essere interessati solo al decoro urbano quando la città ha problemi più gravi, cosa risponde a queste voci critiche?
«Ognuno deve fare quello che può fare, io non sono un medico e non posso salvare vite umane. Ci sono tantissimi problemi che io come cittadina non posso affrontare, perché semplicemente non ho i mezzi per farlo. Però posso uscire di casa e fare la mia parte per creare un posto migliore in cui vivere per tutti. Negli Stati Uniti c’è il principio del low hanging fruit, che significa darsi degli obiettivi facilmente raggiungibili e quindi concretizzabili. Il contadino nel raccogliere la frutta inizia dal frutto appeso più in basso e mano a mano risale. Così i cittadini possono dare il loro apporto alla comunità iniziando dalle piccole cose, per poi prefiggersi obiettivi sempre maggiori.»

Qual è il vostro rapporto con le istituzioni?
«Istituzioni e cittadini in democrazia dovrebbero sempre collaborare. Il nostro è un rapporto di fiducia reciproca poiché abbiamo gli stessi obiettivi. Lo scorso 18 ottobre abbiamo portato in Campidoglio gli adesivi abusivi staccati in questi mesi, ma la nostra non è stata una protesta, piuttosto un gesto di collaborazione. Un appello affinché le leggi in vigore siano applicate.»

RR nasce come progetto linguistico ed è diventato un vero e proprio movimento, si aspettava un successo del genere?
«Lo scopo era proprio quello di contaminare con il germe della positività più gente possibile per far diventare la cura della cosa pubblica parte della cultura italiana. Molti mi appoggiano, altri mi criticano, qualcuno mi prende a parolacce, mi hanno addirittura messo le mani addosso. Una volta su viale Eritrea entrai in un negozio per far notare al proprietario che vicino alla porta d’ingresso c’era una svastica di almeno 70 cm, lui non l’aveva nemmeno notata. Siamo talmente abituati a queste cose che ormai non le vediamo più, io lo trovo molto grave. Quando vedo a una cosa del genere, la faccio notare, spiego come può essere rimossa e se necessario mostro anche come pulirla. Per questo motivo il nostro motto è: wake up, speak up, clean up».

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