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Mandich, a ferro e fuoco

L’abbiamo definito, non ce ne vogliano lui e Collodi, un Mangiafuoco dal cuore di Mastro Ciliegia. Ma Jacopo Mandich è di certo altro, fuor di metafora. Uno dei più interessanti (veri, persino) artisti delle ultime leve, anche se non è più un ragazzino di primissimo pelo. Dunque uno che ha qualcosa da dire e le mani (la testa) per farlo, e tanto basti. L’occasione in cui lo ritroviamo alla Galleria Faber, a breve distanza (anche fisica) dalla recente personale da Varsi, dove a primeggiare erano i suoi ormai classici Sopravviventi, ci piace particolarmente perché mette assieme a lui altre due persone a noi care: la nostra fotografa Manuela Giusto, in quest’occasione nelle vesti di artista con alcune opere lavorate letteralmente a quattro mani con Mandich, e il padrone di casa, Cristian Porretta, a cui va il nostro in bocca al lupo per quello che sa.

A ferro e fuoco, dunque. Sono sculture, quelle di Mandich, che vedono in mostra accanto a vecchie opere sostanzialmente due nuovi lavori: l’evoluzione dei Metavento e le inedite Sezioni. Ricavate da tagli circolari in legno di ciliegio sormontati da una cornice in ferro e intersecati di metallo a sottolinearne le naturali venature, le Sezioni esaltano al contempo le crepe del legno e i cromatismi rugginosi del ferro, rappresentando e in qualche modo amplificando il contrasto tra materia viva e inerte, fusa in un solo assieme. Una personale ricerca espressiva, anche come tecnica di fusione del metallo, qui composto esclusivamente di lamine da saldatrice, è invece alla base della nuova serie dei Metavento: figure metaumane che si stagliano dalla condizione materica primigenia per farsi altro, assumere nello spazio forme spilliformi che ben possono collocarsi nel solco concettuale di scultori quali Boccioni e Giacometti.

A questi lavori la Giusto aggiunge il suo contributo fotografico, anch’esso duplice, tale da creare un’opera nell’opera. In primo luogo nelle Sezioni, sovrapponendo ai tagli di diverse misure immagini dei Metavento in farsi, ombre materiche del loro divenire. Su supporto metallico, invece, gli scatti delle diverse fasi di lavorazione fatti passando le serate al freddo e al gelo, come nostro signore, nel laboratorio dell’artista ai margini dello Strike, centro sociale della capitale. Una documentazione cromatica, la sua, immaginifica e visionaria, della potenza onirica del fuoco con cui Mandich plasma le sue creature metalliche. Va detto che oltre a quelli cromatici sembrano particolarmente riusciti i lavori in bianco e nero incorniciati nell’ambivalenza del legno-metallo. Dove l’azzeramento d’ogni cromatismo che non sia eco della naturale venatura del legno assurge a suggestione poetica, mescola materia e natura in una visione, dialogo dove l’uno va al suo doppio per mescersi, farsi unione a contrasto di tono e calore, in assenza di colore.

Insomma, una mostra da vedere, dove Porretta conferma la vocazione di mettere in campo artisti capaci di esaltare, con le proprie capacità manuali, la fisica dell’oggetto rivestendola di una nuova luce concettuale. Proponendo opere che proiettandosi verso una nuova direzione di ricerca non rinunciano alla loro plastica commerciabilità, senza scivolare nel mero concettualismo o nella banale quadreria. Individuare talenti da lanciare sul mercato (a prezzi ancora sostenibili), scommettendo con equilibrio: questa la via su cui Faber si muove. Che è, esattamente, quanto una giovane galleria deve fare. Per quanto riguarda il contesto, infine, una notazione. Opere di tal fattura, per loro natura hanno bisogno di una certa spazialità per esprimersi al meglio, mostrare appieno il loro potere di rottura. Immaginiamo una Sezione con le sue ombre sfumare a pavimento, farsi storia in un tronco, o un multiplo d’essa incastonato a parete. Un Metavento ergersi potente in uno spazio industriale, gioco d’ombra e luce oltre che di ferro e fuoco. Se persino un cesso può dirsi opera, da lungo tempo, sulla base del luogo in cui è esposto, ogni lavoro di ricerca deve trovare il suo luogo, lo spazio ideale per potersi esprimere e crescere al meglio, dopo essere stato portato alla vita. Intanto, godetevi questo parto gemino. E chi sa, intenda. Fino al 10 maggio, Galleria d’arte Faber, via dei Banchi Vecchi 31, Roma. Info: www.galleriadartefaber.com.

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