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Weekend a Londra

Lungo weekend a Londra. Vedo tre cose italiane e tre inglesi. Comincio con due coraggiose e giovani galleria italiane: quelle di Camilla Grimaldi e Lorenzo Ronchini. Camilla esce vincitrice e a testa alta da una dura separazione dall’antica socia Brancolini. Nuovo spazio nella centralissima Old Burlington street, nuovo entusiasmo e sempre fotografie di qualità. Da lei vedo Martina Bacigalupo. La sua ricerca africana sulle fototessere con soggetti senza testa e i vestiti presi a nolo colpisce positivamente. Ronchini invece prosegue la sua conquista del mercato internazionale avviata tre anni fa con l’apertura della sua galleria a Londra in Dering street. Da Lorenzo trovo tutti in fermento per l’opening di Berndnaut Smilde prevista per il 10 aprile. Smilde è un artista veramente originale, un talento che crescerà bene. Le sue nuvole entusiasmano. Ve ne daremo contezza.

Alla National portrait gallery vado perché espongono David Bailey, uno dei miei fotografi preferiti. Scatti feroci e sublimi. Il meglio della swinging London e oltre. Dai Rolling Stones fino a Kate Moss nessuno come lui ha cristallizzato una generazione ancora in attività. Alla Tate Modern vado invece per Richard Hamilton, come non vedere una personale dedicata al re della pop art inglese? Confesso però che non mi fa impazzire. La vista sul Tamigi dal quarto piano invece si. Quindi in Saatchi Gallery per Pangaea: una spettacolare mostra dedicata ai giovani artisti provenienti dall’Africa e dall’America Latina. Strepitose le formiche giganti dell’honduregno Rafael Gomezbarros, toccanti le foto di Mario Macilau, stampate su carta di cotone ruvido, che si intitolano Peace e che colgono come poche altre il senso del problema della tirannia in Africa. Charles Saatchi e la sua galleria con mostre sempre gratuite sono un modello culturale e di business da emulare.

Chiudo con un museone: il Victoria and Albert Museum dove si celebra la moda italiana. Ci vado prevenuto. Anche il titolo, The Glamour of Italian Fashion 1945 – 2014, un po’ troppo da stereotipo, non aiuta. Invece ne esco risollevato. È una mostra che rende merito alla qualità dei nostri stilisti. Un’antologia efficace del nostro rinomato talento nel realizzare abiti unici come capolavori. Settant’anni di grandissima sartoria, ai quali forse si poteva dedicare un po’ più di spazio fisico (i manichini risultano un po’ compressi). Ma il risultato complessivo è ottimo. Di questi tempi direi antidepressivo. Domenica sera rientro a Roma. Appena atterro mi chiedo: «ma quando lo nomineranno il direttore del Macro?». Quale sarà stata l’associazione di idee?

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