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Fotografando l’assenza

Incauta, forse, la galleria Borghese a chiamare  Candida Höfer per illustrare la storica mostra I Borghese e l’antico. L’esposizione, infatti, aveva riportato (dove e come erano) le opere (60 su 695) prese da Napoleone (appartenute a Scipione Borghese) e portate al Louvre (dove sono tornate da poco). Coraggiosa Anna Coliva, direttrice della galleria, a scegliere fra tanti fotografi contemporanei proprio la tedesca, nota (e per questo artista) nel saper cogliere un senso di vuoto ovunque si posi il suo obiettivo ancora analogico. Eppure eccole lì, le sette fotografie, nella sala degli Scipioni, a rappresentare altre sale come erano durante la mostra e come non sono più. Messe in fila, su due file, stampate nel formato standard della fotografa, gli scatti senza malinconia presentano una Höfer inedita, lontana da quella tristezza che impregna le sue produzioni precedenti. Non trapela dalle opere niente di inquieto, nulla che spezzi le maglie di una rappresentazione di un luogo, tutto è chiaro, tutto è luminoso, tutto è in ordine, asettico come una stanza d’ospedale.

Scommessa vinta, quindi, quella della galleria che riesce a esporre una Höfer quasi domata ma non per questo meno affascinante. Le caratteristiche della fotografa tedesca ci sono tutte, dalla calcolata geometria della composizione, all’assenza dell’essere umano che viene ricordato solo in quanto creatore di quello che si presenta nella foto. L’assente, in questo caso, è la malinconia che lascia il passo al concetto di ricordo che figura nella sua purezza, svuotato di sentimentalismi. Lo dice anche il curatore, Mario Codognato, in un’estate capitoliana ritrovata: «Le opere dell’artista mostrano il museo come luogo contingente alla storia». Ma è Coliva che inserisce le sette fotografie in un percorso storico «Il lavoro della Hofer – dice la direttrice – si colloca nella tradizione dei grandi artisti che illustrano le collezioni museali rappresentate, a seconda del periodo, con i mezzi che gli sono propri, dall’illustrazione alla pittura fino, appunto, alla fotografia».

Le sette opere esposte non sono delle fotografie ma ritratti della galleria. Studiati nei minimi dettagli, onnivori di forme, gli scatti dell’artista coprono l’intero campo del visibile (dal pavimento al soffitto), saturano il posto, snaturando la ripresa, se necessario, per raggiungere una visione totale e quindi astratta e quindi artificiale e quindi artistica del luogo. Una linea chiara, quella della galleria Borghese, nel rapporto con il contemporaneo che non viene presentato sotto forma di confronto con l’antico, legittimando la produzione odierna, ma in un dialogo fatto di rimandi, dove ogni opera passata è l’inizio di un’altra, contemporanea. In questo senso va letta ancora la vocazione della galleria al mecenatismo, in una linea che la collega a Scipione Borghese e alle sue commissioni, come con la Höfer, site specific, per lo spazio. Il cerchio si chiude e tutto torna. «Nella mostra sono chiamati in causa anche i romani – ancora Codognato – perché si propone una nuova visione della galleria, che del resto è dagli stessi romani poco vista, perché, si dice, vado un’altra volta». Sarebbe bello se questa volta fosse la volta.

Fino al 15 settembre: galleria Borghese, piazzale Borghese, Roma; info: www.galleriaborghese.beniculturali.it

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