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Più grande possibile

Qualità o quantità, questo l’amletico dubbio, quando ci si trova in una mostra come quella appena inaugurata nei padiglioni del Macro Testaccio. Extra Large, non è un rafforzativo del nome Macro, volto a amplificare il sovradimensionamento di uno dei due musei di arte contemporanea a Roma rispetto all’altro, il Maxxi, anch’esso dal nome d’impatto macroscopico, XL è il titolo di una mostra interamente dedicata a opere e installazioni di grandi dimensioni, che vede il museo trasformarsi in una sorta di magazzino allo statuto delle taglie forti. Arte al chilo? Arte al metro cubo? Una cosa è certa, all’inaugurazione di tanta magnificenza pubblico poco e sparuto. Andando con ordine, all’arrivo il mattatoio accoglie lo spettatore la gigante opera Big Bambù, lavoro di pregio già ben noto agli avventori, realizzato site specific dai gemelli Starn alcuni mesi fa, appositamente per la collezione permanente del Macro, nei due padiglioni dedicati all’esposizione vera e propria, invece, tolte una serie di insignificanti proiezioni, per loro stessa natura in formato large, cosa resta di nuovo e di grande?

L’itinerario proposto sembrerebbe omaggiare più che taglie o pezzi forti, collezioni e gallerie XXL, che hanno contribuito al progetto al fine di far lievitare le quotazione dei loro pezzi più ingombranti. Gran parte dei lavori in mostra sono stati realizzati nell’ultimo decennio, da nomi significativi quali Giorgio Andreotta Calò, Micol Assael, Pedro Cabrita Reis, Isabelle Cornaro, Nemanja Cvijanovi?, Anna Franceschini, Kendell Geers, Heike Kabisch, Avish Khebrehzadeh, Marko Luli?, Vittorio Messina, Jun Nguyen-Hatsushiba, Alfredo Pirri, Pietro Roccasalva e Pietro Ruffo. Di quest’ultimo il carro armato dal titolo Youth of the Hills, incede minaccioso, ricoperto da mimetici intagli su carta, segno distintivo delle produzioni di Ruffo, dove gli scarabei prendono forma, questa volta lacerando delle iscrizioni in arabo.

Attorno all’opera molti altri lavori (tralasciando Papi e Mullah di cera in fuga dal Madame Tussauds) innescano una riflessione sui conflitti bellici a oggi in atto tra mondo arabo e mondo occidentale. C’è un algido muro in cemento ricoperto di pezzi di vetro, che evoca il muro di Berlino o forse quello tuttora in piedi di separazione tra Israele e Palestina, è l’opera di Geers, che funge da quinta a quel teatro della crudeltà che tagliente lacera popoli e nazioni. Per ragioni di sicurezza, un orrida imbracatura di protezione viene anteposta all’opera, stravolgendone la resa e la fruibilità. In tanta desolazione e inquietudine, un po’ di luce è data dall’installazione a neon di Roccasalva e dalla splendida installazione video di Khebrehzadeh realizzata a matita e olio su carta. Di forte impatto anche la cella frigorifera di Assael, all’interno della quale viene provocata una scintillante escursione termica che va dallo spazio a -35° alla sedia con resistenza elettrica a +36°, e per restare in tema di celle, imponente la Grande cella nei pressi della sua casa, di Vittorio Messina, di stampo poverista, che lascia sotteso l’attuale tema delle forme di prigionia, mentali e fisiche. Ci si chiede se seguirà una mostra dal titolo Extra small dove, a scapito di schemi quantitativi, possa tornare in auge la qualità, fatta di microcosmi di ricerca e piccole, ma preziose, opere d’arte.

fino al 5 maggio;  Macro, piazza Orazio Giustiniani 4, Roma; info: www.museomacro.org

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