Ogni nuova mostra di Sophie Calle entra nel suo straordinario archivio di riedizioni e rimandi interni in un processo di mise en abyme che potrebbe andare avanti all’infinito. Al centro lei: Sophie Calle, l’artista e Sophie il personaggio, le sue esperienze, la sua casa, i suoi oggetti, la famiglia, gli amici e noi, gli spettatori. Siamo tutti invitati in questa biografia tra pubblico e privato al servizio di un’Arte che si esprime in incontri casuali, ricerche, rituali, catalogazioni e soprattutto idee. “Tante mi vengono in mente quando faccio cose noiose, come pulire i pavimenti-” dice nel documentario che le ha recentemente dedicato Art21: Between worlds (2025).

installation view at Louisiana Museum of Modern Art, 2026, from the series: The Blind, 1986
photo Camilla Stephan / Louisiana Museum of Modern Art

installation view at Louisiana Museum of Modern Art, 2026,
from the series: The Blind, 1986
photo Camilla Stephan / Louisiana Museum of Modern Art

installation view at Louisiana Museum of Modern Art, 2026,
from the series: The Blind, 1986
photo Camilla Stephan / Louisiana Museum of Modern Art
Per Something missing?, fino a gennaio a Margate, Calle ha lavorato con i curatori del Turner Contemporary alla selezione di alcuni progetti sul tema dell’assenza come principio generativo. Picasso in Lockdown (2022), una raccolta di foto scattate a dei Picasso incartati in seguito alla chiusura temporanea del museo. Ma anche una documentazione dell’incontro fortunato con il padre del Cubismo impacchettato e di un epifanico momento di svolta. Da tempo, a Calle era stato proposto di celebrare l’anniversario dei 50 anni dalla morte dell’artista, ma “non riuscivo a confrontarmi con Picasso” – spiega ad Art21. Solo nel ritrovarsi per caso, faccia a faccia con le sue opere coperte (e quindi assenti) ci si poteva ripensare. Qualche anno dopo, in occasione dell’atteso anniversario, la mostra acclamatissima: “A toi de faire ma mignonne. Sta a te ora, ragazza” (2024). L’assenza quindi. Quello che manca, appunto: coprire. Il tema emerge anche nella sua versione inversa: scoprire. Because (2018-2026) è un insieme di foto coperte da tendine di feltro dove sono incisi i perché che precedono ogni scatto, da scoprire solo dopo aver letto la sua ragione d’essere. “Perché c’era una definizione su di me online di 7 parole: Sophie Calle, artista senza figli per scelta e, visto che un bambino si trovava nei paraggi…”, si legge sul feltro. Poi lo si solleva e c’è una polaroid di Calle, a seno nudo, che mette in scena il gesto dell’allattamento di un bambino che dorme tra le sue braccia.
Più avanti, On the Hunt (2017-2024) è di nuovo un lavoro su immagini e testi che si completano a vicenda. Liste di annunci per appuntamenti dal 1895 fino al 2019 presi da: Le Chasseur Français (fino al 2010), le Nouvel Observateur e l’app Meetiedal 2010 al 2019. Ogni testo ha un titolo; rosso per gli annunci maschili e azzurro per quelli femminili. Colori che ritornano di tanto in tanto leggendo, a sottolineare i trend dominanti tra le qualità più apprezzabili nelle donne da parte degli uomini e degli uomini da parte delle donne. Attributi che cambiano con gli anni. Tra la fine dell’800 e gli inizi del 900 era la “fortuna” l’essenziale irrinunciabile e il matrimonio l’obiettivo finale. Dopo le guerre, non ci sono dubbi: la salute fisica e mentale. Poi si passa ai piani alti: la gentilezza, l’empatia, la bellezza, la carriera. Ed ora? Tra il 2017 ed il 2019, sono i chilometri il criterio dominante e non ci sono pretese di durata, né condivisioni al di là di una serata. Ad accompagnare questo ritratto sociologico di quello che cerchiamo nei rapporti di coppia, delle immagini recto verso. Da un verso, torrette di caccia (scattate dall’artista); dall’altro, animali liberi di notte, ripresi dalle fotocamere infrarosse attivate dai loro movimenti. Prede o cacciatori? I ruoli si confondono anche tra gli uomini e le donne che, malgrado tutto, continuano a cercarsi.

installation view at Louisiana Museum of Modern Art, 2026, from the series: Voir la mer, 2011
photo Camilla Stephan / Louisiana Museum of Modern Art
In What do you see (2013) l’assenza è quella di 12 quadri rubati nel 1990 dal museo Isabella Stewart Garden, a Boston. La storia è nota. 4 Rembrandt (tra cui uno presunto), il famosissimo “Concerto” di Vermeer, un Manet, vari disegni di Degas, spariti nella notte del 18 marzo. I ladri dimenticarono le cornici ed il museo decise di lasciarle esattamente dov’erano sempre state, come testimoni di quello che fu e talismani di speranza. Le indagini sono ancora in corso. l’FBI garantisce immunità ed un compenso di 10 milioni di dollari per chi voglia farsi avanti. L’opera presenta una foto per ognuna delle 12 cornici. In primo piano gli impiegati del museo, ritratti di schiena, che guardano il vuoto delimitato dalle cornici. Sotto, insieme alle descrizioni dei quadri che non ci sono più, anche pensieri esistenziali: “quello che si vede siamo noi stessi” – dice qualcuno. “Contemplo un dipinto più forte della sua assenza” – un altro.
“Che immagine ha il bello?”, chiede Calle in The Blind (1986) ai non vedenti. “Il verde è bello – dice un bambino – la lana è bella quando la tocchi ed è morbida. Mia madre è bella perché è alta ed i capelli le arrivano fino al fondo schiena”. Accanto, il suo ritratto in bianco e nero. L’ovale tenero, i lineamenti regolari, i capelli un po’ in disordine sul colletto di un grembiulino che si aggiusta con la mano. Gli occhi colpiscono, sotto le palpebre un po’ abbassate. Hanno quella serenità profonda di chi sembra sappia contemplare l’assenza ricca di presenza. Sotto al dittico, le foto (queste a colori) scattate da Calle su quello che il bambino non vede (se per vedere intendiamo un’attività puramente visiva). Il verde di un prato, il bianco sporco della lana, una mamma con i capelli lunghi. È il “bello” che, liberato dal predominio dello sguardo, restituisce spazio al tatto, gli odori, le sensazioni, l’immaginazione e, soprattutto, le parole.

detail from the series: Because © Sophie Calle / DACS, London, 2026
courtesy of the artist and Perrotin


Il movimento dall’assenza alla presenza è uno dei fili che corrono nella trama dell’archivio di Sophie Calle. Un concetto che va anche al di là dell’arte come strumento terapeutico, celebrando l’arte come trasformazione. Nel Catalogue raisonné of the unifinshed (2023) la trasformazione si spinge fino alle frontiere di quello che s’intende per “la fine.” Il catalogo raccoglie circa 20 progetti cominciati e mai finiti per ragioni diverse: perdita di slancio, autocensura, priorità, rifiuti, la vita. Eppure dov’è la differenza tra le opere “finite” e queste idee abbozzate, provocatorie, profondamente ironiche su Sophie, il personaggio e Sophie Calle, l’artista? Riconosciamo i format (di immagini e testo), la genesi di esperienze personali spesso casuali che vengono trasformate in materiale artistico e quel processo di riciclo e ri-contestualizzazioni perenni che alimenta l’archivio.
“Se fosse Arte? Non ne ero sicura” – dice Sophie Calle parlando del suo primo progetto: “Les dormeurs.” (1979). Quarant’anni dopo, un visitatore di “A toi de faire ma mignonne” al museo Picasso le ha chiesto come faccia da un incontro, da una ricerca ad arrivare all’arte. (Art-21, in: Between Worlds). “Non me lo chiedo più. Lo faccio e basta” – risponde l’artista. Che sia il segreto per trasformare un’esperienza in un’opera ed ogni opera in un frammento di un’arte /vita in divenire?

© Sophie Calle / DACS, London, 2026, courtesy of the artist and Perrotin


