Parreno, l’ambiente come persona

Con Charlotte Gainsbourg protagonista, il primo lungometraggio dell'artista presentato alla Festa del Cinema di Roma sfida le convenzioni della narrazione cinematografica

Un’ora e mezza di immagini, a volte raffinatissime e stranianti, molto spesso drammatiche. Colori che variano in una palette che va dal nitore di una voluta ed efficace sovraesposizione a una forte saturazione: gialli, neri, verdi. E poi colori che si mischiano, immagini che perdono definizione tanto sono ravvicinate, divenendo quadri astratti, campiture paradossali sotto l’occhio attento del direttore della fotografia Maceo Bishop.

Protagonista è un’attrice straordinaria, Charlotte Gainsbourg, capace di dare corpo e volto a una sofferenza che quasi si percepisce a pelle, ma di cui non si sa niente, l’origine, il perché, il tempo, altro. E, accanto a lei, altre tre figure femminili: un’amica per caso (Vicky Krieps), caricata in autostop durante un viaggio notturno per raggiungere una destinazione che ci rimane ignota e che, come a volte avviene nella realtà, si rivela più empatica e più vicina di una qualsiasi vecchia amica – miracolo dell’incontro per caso! – e due dottoresse, entrambe affascinanti, una perfetta e levigata Zoë Saldaña e una bellissima Angela Molina, che lavorano in una clinica, meta del viaggio notturno di Lucy H. – così si chiama il personaggio interpretato da Gainsbourg – di cui ad un certo punto sappiamo che di professione fa la musicista. 

Così scorre il primo lungometraggio cinematografico del grande artista francese Philippe Parreno, presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma. Un film che l’artista ci chiede solo di guardare, senza farci domande, perché lui non accenna a nessuna risposta possibile, realizzando un film assolutamente antinarrativo. E sarebbe mai potuto essere narrativo un artista della visionarietà, dell’imprevedibilità, del genio di Parreno? Ovviamente no.

Eccoci, quindi, rassegnati sulla poltrona del cinema a seguirlo senza la pretesa di capire, ascoltando la musica originale di Nicolas Becker e LEXX e osservando solo gli strettissimi primi piani in cui il viso di Charlotte Gainsbourg ci fa intuire paura, tensione, tristezza, disperazione, repulsa, come quando delle lumache nere passeggiano sulla sua faccia. E, ugualmente ravvicinati, sono i volti delle dottoresse, dove si leggono preoccupazione, empatia, fiducia. Ma mai suggerendoci il perché di questi stati d’animo. Si potrebbe dire che è tutto un film sul come.
Poi, però, dopo l’ora e mezza che probabilmente mette a dura prova parte del pubblico, almeno di chi non ama Parreno senza se e senza ma, avviene il miracolo. Il film finisce e cominciano a scorrere dei lunghi e particolari titoli di coda in cui Philippe Parreno ci informa che Lucy H. è nient’altro che un territorio da lui acquistato e da quel momento tutelato, curato, difeso dagli oltraggi passati e da quelli possibili futuri. 

La visionarietà di Parreno stavolta si è spinta fino a identificare una porzione di mondo con una persona, spingendoci ad identificare un luogo, le sue sofferenze, le sue fragilità con le sofferenze e le fragilità di una donna, che ha bisogno di riposo, attenzione, probabilmente di affetto (la nuova amica autostoppista, forse le dottoresse). La terra, il mondo, per Parreno hanno subito offese e drammi, hanno una sensibilità come le donne e gli uomini che abitano quello stesso mondo e non a caso hanno un nome umano, Lucy H! E, come Lucy H del film, abbisognano delle cure, dell’affetto che normalmente si riservano (o si dovrebbero riservare) agli esseri umani. Non c’era nient’altro da capire che questo.