Una lunga coda davanti a un museo che non può più accogliere il pubblico. È questa l’immagine scelta da studenti, docenti e sostenitori del DePaul Art Museum (DPAM) di Chicago per contestare la chiusura dell’istituzione, avvenuta lo scorso giugno. Oltre cento persone si sono radunate davanti all’ingresso dell’edificio per partecipare a Waiting, un’azione collettiva concepita come forma di protesta pacifica e come appello alla dirigenza della DePaul University affinché riconsideri la decisione. I partecipanti alla manifestazione hanno formato una fila lungo il marciapiede, trasformando un gesto quotidiano in una dimostrazione pubblica dell’assenza lasciata dal museo nella vita del campus e nel panorama culturale del quartiere di Lincoln Park.
La chiusura del DPAM era stata annunciata a febbraio dal presidente dell’università Rob Manuel, dall’ex responsabile degli affari accademici Salma Ghanem e dalla vicepresidente esecutiva Sherri Sidler. La decisione, spiegata con la necessità di garantire la sostenibilità finanziaria dell’ateneo nel lungo periodo, aveva suscitato l’opposizione di artisti, studenti e operatori culturali. Una lettera aperta contro la soppressione del museo ha raccolto quasi 4mila firme, sottolineando il ruolo dell’istituzione come spazio di apprendimento, confronto e crescita per la comunità accademica.

Le priorità dell’università al centro delle critiche
Tra le ragioni della protesta c’è la percezione di uno squilibrio nella distribuzione delle risorse dell’ateneo, accusato dai manifestanti di privilegiare le strutture sportive rispetto alle attività artistiche e culturali. Poche settimane prima, infatti, l’università aveva celebrato l’avvio dei lavori per un nuovo complesso sportivo da 42 milioni di dollari, realizzato dopo la demolizione di quattro edifici residenziali risalenti agli anni Novanta dell’Ottocento.
La vicinanza del cantiere al museo ha reso particolarmente evidente il contrasto tra i due investimenti. «Non capisco fino in fondo alcune delle priorità di spesa delle istituzioni accademiche», ha osservato Dana Boutin, ricercatrice indipendente e curatrice presente alla manifestazione, secondo quanto riportato da The Art Newspaper.
Boutin ha richiamato anche il caso della School of the Art Institute of Chicago, che ha venduto la casa storica legata al Roger Brown Study Collection. La raccolta di opere e oggetti è stata successivamente trasferita all’Art Preserve, in Wisconsin, ma la vendita ha comunque comportato la perdita di un luogo significativo per la comunità della scuola d’arte. Per la curatrice, musei e collezioni di questo tipo rappresentano veri e propri laboratori, nei quali gli studenti possono formarsi e acquisire esperienza professionale.
Il futuro del museo resta incerto
La chiusura del DePaul Art Museum non ha comportato la dispersione della sua collezione, che conta circa 4mila opere. La direttrice Laura-Caroline de Lara e Isabella Wang, impegnata in una fellowship in studi museali, continuano a occuparsene e a garantire le visite riservate alle attività didattiche. L’accesso ad alcune opere è inoltre possibile su appuntamento.
Dopo la protesta dell’8 ottobre, la DePaul University ha ribadito di non voler vendere né l’edificio né le opere, affidando a un gruppo di lavoro composto da docenti il compito di delineare possibili scenari per il futuro dell’istituzione. Le raccomandazioni sono attese per dicembre, ma al momento non è stato annunciato alcun piano di riapertura.
Nel frattempo, de Lara sta valutando la possibilità di concedere opere in prestito ad altre istituzioni e ha avviato contatti con Art Bridges, fondazione statunitense che favorisce la circolazione delle collezioni attraverso programmi di prestito e collaborazione tra musei. Una prospettiva che potrebbe mantenere le opere accessibili al pubblico, senza però risolvere la questione sollevata dai manifestanti: il ritorno del museo a una funzione culturale ed educativa stabile all’interno dell’università.


