Lorna Simpson. L’opacità della storia

Nella sua mostra londinese Lorna Simpson si confronta con le omissioni degli archivi e il rischio di trasformare la violenza in spettacolo

Alla Hauser & Wirth di Londra, Previous & Ongoing esplora la trasformazione dell’immagine d’archivio attraverso la pittura, mettendo in relazione memoria storica, materialità e potere della rappresentazione. Nella ricerca di Lorna Simpson, fotografie provenienti da archivi istituzionali e pubblicazioni storiche diventano il punto di partenza di un processo che ne altera la leggibilità. Sviluppato a partire dal 2014, il passaggio dalla fotografia alla pittura trova nella serigrafia e nell’acrilico gli strumenti per stratificare, interrompere e modificare la superficie, facendo emergere le tensioni insite nella funzione documentaria dell’immagine.

La superficie pittorica diventa il luogo di una trasformazione materiale. La serigrafia conserva la traccia fotografica, mentre gli strati di colore ne interrompono la continuità e ne complicano la lettura. Il documento acquista consistenza fisica e rivela le condizioni attraverso cui il passato viene registrato e trasmesso. La storia prende corpo nella materia, tra permanenza delle tracce e instabilità della forma visibile.

In questa operazione, la dissoluzione investe la stabilità dell’immagine, mentre l’opacità definisce i limiti della sua interpretazione. Il pensiero di Édouard Glissant, espresso in Poetica della relazione, offre una prospettiva utile: il diritto all’opacità tutela la complessità dell’esistenza dalla riduzione a categorie interamente comprensibili. Nelle opere di Simpson, l’intervento pittorico mantiene aperto il significato del documento, sottraendolo a una lettura univoca.

La questione coinvolge direttamente la politica della rappresentazione. In Welcome to the Jungle: New Positions in Black Cultural Studies (1994), Kobena Mercer analizza i codici culturali e i rapporti di potere che condizionano la rappresentazione della soggettività nera. Simpson si confronta con una storia visiva strutturata da gerarchie, selezioni e omissioni. Recuperare immagini d’archivio significa intervenire sulle modalità attraverso cui sono state prodotte, classificate e trasmesse.

In Previous & Ongoing (2026), il titolo stabilisce una continuità temporale tra eventi trascorsi e processi ancora attivi. Le fotografie riemergono come tracce di una storia la cui portata investe il presente. Il trasferimento sulla tela modifica la distanza tra documento e spettatore: la stratificazione pittorica conferisce alle immagini una nuova presenza e rende percepibile l’instabilità della memoria. Il passato si configura come una temporalità aperta, sottoposta a successive interpretazioni.

Yesterday/Today (2026) accosta colonne di fumo e l’immagine capovolta di un vulcano, mettendo in relazione differenti manifestazioni della catastrofe. Il fumo richiama la distruzione nella sua evidenza immediata; l’inversione del vulcano altera l’orientamento percettivo e introduce una discontinuità nella lettura. La composizione intreccia cronaca e immaginario, evento e processo naturale. Il titolo suggerisce una continuità tra epoche, mentre le immagini mantengono una distanza che impedisce di ricondurle a un’unica sequenza narrativa. La catastrofe emerge come una figura temporale instabile, sospesa tra memoria e ricorrenza.

In Wounded (2026), articolata in più pannelli, le colature di acrilico evocano il sangue provocato da una ferita d’arma da fuoco. La materia introduce nella superficie una dimensione corporea, conferendo al trauma una presenza visiva. Il colore scende, si estende e interrompe la continuità del supporto; la ferita assume una forma che coinvolge direttamente la percezione dello spettatore. La qualità formale delle colature apre tuttavia una questione problematica: l’intensità estetica può amplificare la percezione della violenza e, simultaneamente, trasformarla in un’immagine contemplabile. Simpson mantiene attiva questa ambivalenza, lasciando emergere il conflitto tra esperienza del dolore e costruzione estetica.

Il confronto con Saidiya Hartman permette di precisare la posta in gioco dell’archivio. In Venus in Two Acts (2008), Hartman indaga le lacune documentarie prodotte dalla violenza storica e i limiti delle forme attraverso cui le vite cancellate possono essere ricostruite. Anche nella ricerca di Simpson, le immagini conservano le tracce delle condizioni che ne hanno determinato la sopravvivenza. La trasformazione pittorica rende percepibili tanto la persistenza del documento quanto l’impossibilità di esaurirne il significato.

La forza di Previous & Ongoing risiede nella tensione tra la resistenza dell’immagine e la sua rielaborazione. La pittura incrina la stabilità della testimonianza documentaria, restituendole una presenza fisica che complica la lettura. La superficie, tuttavia, continua a organizzare lo sguardo, selezionando ciò che emerge e conferendo una forma alla memoria. In Wounded, questa contraddizione raggiunge il punto più acuto: la materia rende sensibile la violenza, mentre la sua elaborazione estetica rischia di convertirla in una forma seducente. Simpson lascia aperta la frattura tra queste possibilità. La storia riaffiora così come esperienza materiale e questione etica, esponendo lo spettatore alla difficoltà di guardare la violenza senza trasformarla in spettacolo.