Una finestra può essere un’apertura sul mondo, ma anche un confine, una soglia che separa ciò che è visibile da ciò che rimane nascosto. Può permetterci di osservare senza essere visti, oppure trasformarci, a nostra volta, nell’oggetto dello sguardo altrui. Con la curatela di Giuliana Benassi, Proximity nasce dalla ricerca condotta dall’artista durante la residenza da Fondazione d’ARC durante il 2026. Radenko Milak, costruisce un universo visivo in cui il tempo perde la propria linearità e le immagini, sottratte ai contesti originari, acquistano nuovi significati attraverso gli accostamenti, le interferenze e le associazioni che si producono nello spazio espositivo.
«Penso che stiamo vivendo un momento storico particolare, in cui ci troviamo in una condizione intermedia: il passato è finito e il futuro deve ancora arrivare», racconta l’artista. «Siamo sospesi in un grande vuoto. Viaggio molto e, ovunque nel mondo, incontro persone disorientate, che non sanno cosa ci riserverà il futuro. Eppure abbiamo la sensazione che qualcosa stia arrivando, qualcosa che riusciamo a percepire ma non ancora a sperimentare. Forse anche le generazioni del Novecento hanno vissuto sentimenti simili, perché non possiamo ignorare ciò che sentiamo». Sono parole che offrono una possibile chiave di lettura dell’intera mostra. L’incertezza evocata non riguarda soltanto la contemporaneità, ma il modo stesso in cui la storia viene percepita e trasmessa. Se il passato è concluso, le sue immagini continuano a circolare, a trasformarsi, a condizionare il nostro sguardo. E se il futuro non è ancora conoscibile, è proprio attraverso quelle immagini che cerchiamo di attribuirgli una forma.
Al centro del linguaggio, l’acquerello in bianco e nero, una tecnica che l’artista utilizza per rielaborare fotografie d’archivio, fotogrammi cinematografici, immagini della stampa e della comunicazione di massa. La sottrazione del colore produce uno scarto rispetto alla fonte originale: l’immagine perde l’immediatezza del documento e assume una qualità più fragile, quasi spettrale. Per comprendere questa operazione bisogna considerare anche la biografia dell’artista, cresciuto in un territorio nel quale la storia recente ha inciso profondamente sull’esperienza individuale e collettiva. La dissoluzione della Jugoslavia, le guerre balcaniche e la successiva ricostruzione delle identità nazionali costituiscono un contesto inevitabile per una ricerca che si interroga sul potere delle immagini di raccontare, deformare o conservare gli avvenimenti.



«C’è una riflessione sull’architettura, sul guardare attraverso la finestra, sul vedere ed essere visti, sul non vedere, sull’occultare o manifestare», spiega la curatrice Giuliana Benassi, soffermandosi su un elemento ricorrente in questa ricerca. La finestra diventa una soglia tra interno ed esterno, tra ciò che si offre allo sguardo e ciò che rimane nascosto. Un dispositivo che interroga i limiti della visione e della rappresentazione, ricordandoci come ogni immagine restituisca soltanto una parte della realtà. Nel percorso emergono anche riferimenti alla storia dell’arte italiana, da Giorgio de Chirico, con le sue architetture metafisiche e le prospettive sospese, agli iconici cavalli di Jannis Kounellis fino a Beato Angelico, la cui pittura introduce una diversa concezione dello spazio, attraversata dalla dimensione spirituale e dal rapporto tra luce e trascendenza. Due immaginari distanti, ma accomunati dalla capacità di trasformare l’architettura in qualcosa che supera la sua funzione materiale, evocando presenze, assenze e significati ulteriori.

Il confronto con la tradizione italiana trova un’altra espressione in Umbra ante memoriam, opera centrale dell’esposizione, nella quale Milak riprende la struttura tripartita della Divina Commedia di Dante Alighieri per sviluppare una riflessione sul passaggio dal buio alla luce, sulla memoria e sulla trasformazione. Durante il periodo di residenza trascorso da Milak a Roma, la città è infatti diventata un archivio di immagini, suggestioni e stratificazioni culturali. Dalle architetture alla cultura popolare, fino a Cinecittà, l’artista esplora una capitale la cui identità è inseparabile dalle rappresentazioni che il cinema ne ha costruito. Le opere si susseguono secondo una logica vicina al montaggio cinematografico, senza un ordine cronologico, ma attraverso richiami, contrasti e associazioni. La memoria individuale si intreccia così con quella collettiva, mentre le immagini, accostate e sottratte ai loro contesti originari, acquistano significati nuovi.
Radenko Milak alla Fondazione D’ARC, la presidente Clara Datti: «L’arte nasce dalla passione e dal dialogo con il territorio»
La mostra è anche il risultato di un preciso orientamento della Fondazione D’ARC, che considera l’incontro tra artisti internazionali e territorio una parte essenziale della propria attività. Per Clara Datti, collezionista e promotrice della Fondazione, la scelta di Milak nasce innanzitutto da un coinvolgimento personale, da quello che definisce un vero e proprio «colpo di fulmine» davanti alle sue immagini. A colpirla è stata soprattutto la loro qualità visiva, insieme vitale e metafisica, e la capacità del bianco e nero di evocare una dimensione sospesa senza ricorrere a un linguaggio eccessivamente enfatico. Ma la scelta si inserisce anche in un progetto più ampio, che mira a invitare gli artisti a conoscere direttamente Roma e il territorio italiano, affinché quell’esperienza possa entrare nel loro lavoro senza tradursi in una semplice rappresentazione dei luoghi visitati. «L’idea è far venire gli artisti, accoglierli, portarli a conoscere la città e il territorio, e fare in modo che riportino nel proprio lavoro qualcosa di quello che hanno vissuto qui», racconta la collezionista. «In questo caso Milak è riuscito a integrare molto bene il proprio linguaggio artistico con la cultura italiana e il suo immaginario collettivo».


È un’impostazione che attribuisce alla residenza artistica un significato diverso da quello di una permanenza finalizzata esclusivamente alla produzione di nuove opere. L’incontro con il territorio diventa occasione di scambio, di contaminazione e di costruzione di relazioni, coinvolgendo non soltanto gli artisti ospiti, ma anche quelli italiani, i curatori e il pubblico. La Fondazione si propone così come uno spazio di connessione tra esperienze e provenienze differenti. Per Datti, del resto, il collezionismo nasce da una motivazione che precede le logiche del mercato. «Il collezionismo vero, per me, è passione pura», afferma, distinguendo il desiderio di convivere con le opere dalla prospettiva dell’investimento economico. Una passione che, insieme a Giovanni Floridi, ha progressivamente condotto alla necessità di creare spazi nei quali la collezione potesse essere mostrata e messa in relazione con l’architettura. Non semplicemente conservare le opere, dunque, ma permettere loro di respirare, di dialogare tra loro e con l’ambiente che le accoglie. E alla fine, Proximity sembra suggerire che il nostro rapporto con il mondo sia sempre mediato da una distanza, anche quando crediamo di trovarci di fronte a qualcosa di immediatamente riconoscibile. Le immagini ci avvicinano alla storia, ma nello stesso tempo ci ricordano quanto essa sia impossibile da possedere interamente. Ci permettono di osservare il passato, senza poterlo attraversare davvero, e di immaginare il futuro, senza riuscire ancora a vederlo.
info: Fondazione D’ARC


