Al Muzeum Susch in Svizzera, una mostra che scuote gli animi di chi, in silenzio, si lascia coinvolgere dall’arte di Mariuccia Secol. Un’artista che abbandona presto la pittura delicata e le tecniche accademiche a favore di materiali quotidiani per rispondere alla sensazione di tristezza e disagio condiviso da molte donne della sua generazione. L’energia rivoluzionaria della Secol accompagna i visitatori alla comprensione di un’arte che non cerca consensi ma riflessioni e cambiamenti di pensiero. I dipinti degli anni Cinquanta e Sessanta raccontano le sensazioni di terrore e inquietudine del dopoguerra, la distruzione di paesaggi urbani e interi nuclei famigliari costretti a ripartire dalle macerie e dagli orrori. Il trauma viene rappresentato con toni cupi e forme piatte attraverso la tecnica dell’encausto che combina pigmenti, cera e leganti chimici.



Dal buio si torna alla luce. Negli anni Sessanta Secol inizia a disfare, perché solo spogliandosi di tutte le regole imposte e costruite si può riassemblare un mondo migliore. Nell’opera Casa di Bambola (1973) destruttura il proprio abito da sposa. Disfa concetti sociali, costrutti politici e regole di società. Con la tecnica dello Sfilamento l’artista rimuove fili dal tessuto invece di aggiungere materiale, crea lacerazioni che evocano ferite del corpo, ma anche aperture verso il mondo che fanno entrare la luce e la conoscenza e con essa un’idea di rinascita e di liberazione dall’oppressione. Mariuccia Secol si concentra su temi quali l’esclusione, la marginalizzazione, la violenza. Dalla sua casa a Daverio trasformata in salotto culturale, all’esperienza di insegnamento nel laboratorio creativo all’ospedale psichiatrico di Bizzozero-Varese si nutre di racconti di vita reali, raccoglie le visioni e i turbamenti per trasformarli in opere manifesto.


Dopo l’ultimo ciclo pittorico Il Genesi, dove racconta il corpo femminile frammentato, abbandona la pittura tradizionale. Negli anni Settanta inizia ad esplorare nuove tecniche e forme espressive per portare un messaggio sempre più chiaro. Nella serie “Strumenti musicali afoni” assemblaggi con materiali plastici raccontano la voce femminile messa a tacere per secoli e sovrastata dagli uomini. Nel 1974, fonda il Gruppo Femminista Immagine di Varese con Milli Gandini, Mirella Tognola, Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Mariagrazia Sironi. Il gruppo artistico trasforma la sfera domestica in un laboratorio di resistenza. Con la serie di assemblaggi Strumenti ruolo femminile (1974), in collaborazione con Milli Gandini, utilizza gli utensili di tutti i giorni per annullare la loro funzione abituale e portare l’attenzione sul lavoro invisibile della vita domestica. Nel Salario al lavoro domestico di Milli Gandini e Mirela Tognola, l’accumulo di polvere diventa simbolo di ribellione domestica. Nel 1978 il gruppo partecipa alla Biennale di Venezia con un’installazione che trasforma e mette in discussione il concetto di maternità, da condizione puramente biologica a riflessione aperta.

Nell’ultima fase artistica l’artista riaffronta temi di guerra e violenza. Nell’opera femminicidio (1988) l’abito diventa un corpo collettivo violato e non più un oggetto personale. Dal trauma domestico si amplia una ricerca verso il conflitto geopolitico. Documenta eventi con fotografie storiche e articoli di giornale in quello che lei stessa definisce un “archivio ribelle”. Mariuccia Secol è un’osservatrice attenta che custodisce e si prende cura delle ferite del mondo, in un racconto che va dalla pittura espressiva all’impegno politico e femminista. L’arte di Mariuccia Secol è un atto di cura e responsabilità che dimostra come la creatività possa ricucire una società, nella speranza di sensibilizzare, disturbare ed interrogare lo sguardo del visitatore sul proprio ruolo.
Dal 11 giugno all’11 novembre; Muzeum Susch, Surpunt 78, Susch; info: www.muzeumsusch.ch


