Henry Chalfant, ad Amsterdam oltre 800 fotografie raccontano le origini dei graffiti

Dagli scatti della metropolitana newyorkese alla consacrazione nei musei, una mostra allo STRAAT Museum ripercorre la nascita e l’evoluzione del writing

Prima che i graffiti entrassero nelle gallerie e nei musei, erano immagini destinate a scomparire. Sui vagoni della metropolitana di New York, i writer lasciavano segni che potevano essere cancellati nel giro di poche ore. A documentarli, fin dai primi anni Settanta, è stato il fotografo Henry Chalfant, il cui archivio è oggi protagonista di Art Is Not A Crime, in mostra allo STRAAT Museum di Amsterdam fino al 13 marzo 2027. È la prima presentazione della raccolta nel Nord Europa e la seconda fuori dagli Stati Uniti.

Immagini contro la scomparsa

Trasferitosi a New York nel 1973 dalla periferia di Pittsburgh, Henry Chalfant iniziò a fotografare i treni dipinti per preservare la memoria di una scena che pochi consideravano degna di essere documentata. I graffiti vivevano in una dimensione precaria: potevano attraversare la città per poche ore prima di essere cancellati dalle autorità dei trasporti o scomparire insieme ai vagoni. La ricerca dei treni decorati diventò così una corsa contro il tempo, per fissare sulla pellicola opere destinate a non lasciare altre tracce.

Scultore formatosi a Stanford, Chalfant si avvicinò inizialmente al writing da osservatore esterno. La sua presenza suscitava diffidenza tra gli artisti, che non sempre riuscivano a distinguere le sue intenzioni da quelle delle autorità. Con il tempo, tuttavia, riuscì a entrare in contatto con la comunità dei writer e a documentarne non soltanto le opere, ma anche i luoghi di incontro e le dinamiche interne. Il suo archivio restituisce così il ritratto di una cultura urbana in formazione, nata lontano dalle istituzioni artistiche e attraversata da esperienze sociali differenti.

Il lavoro fotografico di Chalfant contribuì anche alla diffusione internazionale del fenomeno. Nel 1983 collaborò a Style Wars, il documentario di Tony Silver dedicato ai graffiti e alla cultura hip-hop newyorkese; l’anno successivo pubblicò con la fotografa Martha Cooper Subway Art, volume diventato un riferimento per generazioni di writer in tutto il mondo. Le immagini superarono così i confini della documentazione, trasformandosi in strumenti attraverso cui una scena locale poteva essere conosciuta e reinterpretata altrove.

Allo STRAAT Museum, alcune fotografie sono riprodotte nelle dimensioni reali dei vagoni, con superfici che superano i tre metri di altezza e raggiungono i 25 metri di larghezza. L’allestimento restituisce la scala monumentale dei graffiti e richiama la loro originaria collocazione in movimento: opere concepite per attraversare la città, sottrarsi allo sguardo fugace dei passanti e sfuggire, almeno temporaneamente, alla cancellazione.

Il successo e le contraddizioni

La storia del writing è anche quella di una progressiva trasformazione economica. Già alla fine degli anni Settanta alcune gallerie commerciali avevano iniziato a esporre le opere dei writer. Intorno al 1980, ricorda Chalfant, alcuni artisti pensarono di organizzarsi per controllare collettivamente il mercato nascente e proteggersi dall’espansione del capitalismo. L’iniziativa non ebbe seguito e le opportunità commerciali finirono per prevalere.

Oggi la street art è un settore consolidato: le opere di Banksy raggiungono quotazioni milionarie, mentre i muralisti più richiesti possono ottenere compensi fino a 100mila dollari per una grande commissione. Anche il percorso di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, emersi dalla stessa scena urbana frequentata da writer come Rammellzee, A-One e Toxic, testimonia la permeabilità tra cultura di strada e sistema dell’arte. Questa evoluzione non è necessariamente negativa, il problema, semmai, riguarda ciò che rischia di andare perduto quando una pratica nata al di fuori delle istituzioni viene assorbita dal mercato.

La libertà oltre le istituzioni

La questione attraversa anche l’attività dello STRAAT Museum, fondato nel 2020 da Peter Hoogerwerf in un ex capannone industriale di circa 8mila metri quadrati nel quartiere NDSM di Amsterdam. La collezione semipermanente riunisce oltre 180 opere di circa 170 artisti internazionali. Molti murales sono realizzati su tele concesse al museo in locazione per 25 anni, secondo una formula che consente agli artisti di mantenere i diritti di proprietà intellettuale.

Il museo offre così una dimensione durevole a opere e linguaggi nati spesso per occupare temporaneamente lo spazio pubblico. Ma per Chalfant la legittimazione istituzionale non esaurisce il significato del writing: dipingere illegalmente continua a rappresentare una forma di autonomia, difficilmente replicabile attraverso una commissione o un’esposizione.

È questa tensione, più che la celebrazione di una stagione ormai storicizzata, a rendere attuale Art Is Not A Crime. Le fotografie documentano l’affermazione di un linguaggio visivo, ma ricordano anche la sua origine conflittuale: la rivendicazione di uno spazio e di una libertà espressiva oggi più importanti che mai.

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