Sylvio Giardina a Trinità dei Monti, la couture immagina un settimo arazzo

Nel refettorio affrescato da Andrea Pozzo, il progetto curato da Isabella Vitale intreccia alta moda e arti visive. Una performance con sei studenti di Accademia Costume & Moda rielabora le immagini della Dama con l’unicorno e delle Nozze di Cana

Il tavolo di un banchetto può diventare quello di un atelier. Le immagini di un arazzo possono essere tagliate come un tessuto, scomposte e accostate a frammenti di pittura barocca. È attraverso questi passaggi che Sylvio Giardina porta la propria ricerca nel Convento della Trinità dei Monti a Roma, trasformando il Refettorio dei Minimi in uno spazio di lavoro condiviso. Qui, sotto gli affreschi realizzati da Andrea Pozzo nel 1694, il pubblico è invitato ad assistere alla costruzione di un’immagine, seguendone le scelte e le trasformazioni. Il progetto Trinità dei Monti, sviluppato in collaborazione con la storica dell’arte e curatrice Isabella Vitale, costituisce il secondo capitolo del percorso avviato a Parigi nel luglio 2026 con Mon Seul Désir, la collezione Haute Couture autunno-inverno 2026/27 presentata al Musée de Cluny – musée national du Moyen Âge. All’origine c’è il confronto con i sei arazzi del ciclo La Dame à la licorne, dal quale Giardina ha tratto una riflessione sulla tessitura e sulla capacità del filo di generare volumi, profondità e illusioni visive. La collezione traduce questi riferimenti attraverso materiali e tecniche couture, lavorando sulla leggerezza, sulle trasparenze e sulla costruzione dell’immagine.

A Roma, quella ricerca entra in relazione con un diverso spazio storico. Il refettorio affrescato con le scene delle Nozze di Cana diventa parte del progetto, orientandone lo svolgimento. Nel suo testo curatoriale, Vitale ricorda come la pittura di Pozzo mirasse a coinvolgere i monaci nel banchetto rappresentato, facendoli sentire invitati alla tavola. Giardina riprende questa possibilità di partecipazione e la trasferisce nel proprio processo creativo: la stanza assume la dimensione di un atelier temporaneo, nel quale il lavoro si svolge davanti alle persone presenti. Al centro dell’ambiente, un tavolo richiama insieme il banchetto dipinto e il piano di lavoro sartoriale. Vi sono disposte riproduzioni fotografiche degli arazzi parigini e degli affreschi di Pozzo, sulle quali intervengono sei studenti di Accademia Costume & Moda. Il loro compito è affidato al taglio: isolare figure, prelevare dettagli, separare elementi dalle composizioni originarie. Un’azione che appartiene al vocabolario quotidiano della sartoria e che qui viene applicata alla memoria delle immagini. I frammenti passano poi nelle mani di Giardina, che li assembla progressivamente sul pavimento. Il gesto richiama una pratica dell’atelier, dove tessuti, disegni e riferimenti vengono disposti a terra per valutarne gli accostamenti e osservarli nel loro insieme. Le immagini storiche diventano così materiale di una nuova composizione, costruita attraverso spostamenti, sovrapposizioni e scelte che il pubblico può seguire nel loro svolgersi. Prende forma un grande collage, concepito come cartone preparatorio per un ideale settimo arazzo. È un riferimento preciso: nella lavorazione dell’arazzo, il cartone definisce l’immagine prima della sua traduzione tessile, così come il disegno dello stilista anticipa la costruzione dell’abito. Il progetto si concentra su questo momento di elaborazione. Il settimo arazzo resterà una possibilità, una composizione aperta nella quale sono ancora riconoscibili le decisioni che l’hanno generata.

La lettura di Isabella Vitale accompagna il progetto anche sul piano della trasmissione del sapere. «C’è un savoir-faire che appartiene alle mani e uno che appartiene all’animo», scrive la curatrice. Alla competenza tecnica, maturata attraverso la pratica e la conoscenza della materia, si affianca la capacità di condividere ciò che si è appreso. Il coinvolgimento degli studenti acquista significato in questa prospettiva: il lavoro comune rende visibile il passaggio di un’esperienza, lasciando spazio all’intervento degli altri. Tra gli elementi della performance compaiono anche i cucchiai, utilizzati per tenere fermi i frammenti di carta. Oggetti familiari in un refettorio, mantengono il legame con la funzione originaria della sala. Vitale vi riconosce un richiamo al nutrire, all’accogliere e al porgere: piccoli strumenti che collegano il lavoro sulle immagini all’idea di una tavola condivisa. Il banchetto affrescato trova così una corrispondenza nei gesti che si compiono nella stanza.

La curatrice avvicina inoltre l’intervento alle costruzioni effimere del Seicento, capaci di modificare temporaneamente un ambiente e coinvolgere chi lo attraversava. Nel progetto di Giardina, la durata limitata permette di concentrare l’attenzione su quanto accade tra le persone, gli oggetti e lo spazio. Il fruscio della carta, il brusio delle voci e il suono cadenzato che accompagna la performance partecipano alla percezione di un lavoro ancora in corso. Nato a Parigi da una famiglia di origini siciliane, Sylvio Giardina si è formato all’Accademia Costume & Moda di Roma. Dopo l’esperienza nella maison Fernanda Gattinoni e la fondazione del marchio Grimaldi Giardina, ha sviluppato la propria etichetta omonima, affiancando alla sartorialità la sperimentazione sui materiali e il confronto con installazione e performance. Trinità dei Monti prosegue questa ricerca, portando gli strumenti della couture dentro una riflessione sulla produzione delle immagini. Il rapporto con il patrimonio si costruisce qui attraverso azioni concrete: selezionare, tagliare, accostare, rivedere. Gli arazzi del Musée de Cluny e gli affreschi di Pozzo offrono figure e strutture che vengono messe nuovamente al lavoro. Il settimo arazzo rimane da tessere, ma la sua prima forma esiste già nell’esperienza condivisa della composizione.