MMatrimoni, rotture e funerali. E poi compleanni, amori finiti, segreti inconfessabili, genitori che se ne vanno, sconosciuti da inseguire, fotografie da conservare e ricordi da seppellire. Nella vita di Sophie Calle c’è posto per tutto, anche per ciò che normalmente si preferirebbe dimenticare. Soprattutto per quello. L’artista francese, che da quasi cinquant’anni trasforma la propria esistenza e quella degli altri in una materia artistica tanto intima quanto imprevedibile, ha fatto dell’assenza una presenza, del fallimento una possibilità e della paura un metodo di lavoro. Il tutto con un’ironia pungente, che non viene meno neppure quando si parla di morte.
Ma quando possiamo dire che qualcosa è davvero finito? Un amore termina nel momento in cui ci si lascia o quando si smette di pensare all’altra persona? Una vita si conclude con l’ultimo respiro oppure continua nei ricordi di chi rimane? È intorno a queste domande che prende forma Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi, la mostra che il MAXXI di Roma ha presentato ufficialmente il 15 ottobre in conferenza stampa e che sarà aperta al pubblico dal 16 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027. Curata da Simona Antonacci, è la più ampia monografica mai realizzata in Italia sull’artista, con circa 450 pezzi riuniti in otto progetti dal 1978 al 2026, ai quali si aggiunge una nuova installazione permanente al Cimitero Acattolico di Roma.
Una mostra che supera i confini del museo
Il progetto espositivo nasce da un percorso avviato due anni fa con l’acquisizione di L’Hôtel, resa possibile grazie al sostegno degli Amici del MAXXI. Un punto di partenza che, come hanno sottolineato durante la conferenza stampa Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione MAXXI, e Lorenza Baroncelli, direttrice del MAXXI Architettura e Design contemporaneo, ha permesso al museo di ampliare il proprio sguardo sulla fotografia, aprendosi a una dimensione più intima e autobiografica. La mostra si accompagna inoltre all’ingresso di sei nuove opere di Calle nella collezione del MAXXI.
«Non è una mostra cronologica, ma un progetto costruito insieme a Sophie, che abbraccia un grande arco temporale», ha spiegato la curatrice Simona Antonacci. Un percorso che rispecchia profondamente la personalità dell’artista, diretta, priva di filtri e capace di arrivare immediatamente a chi guarda. La sua opera, ha osservato Antonacci, non cede mai al morboso, al patetico o al sentimentalismo. «È una freccia che arriva diretta». Prima ancora che la mostra aprisse le porte, Sophie Calle aveva già cominciato a raccontarla a modo suo. Il 9 ottobre, giorno del suo settantatreesimo compleanno, ha trasformato una conferenza al MAXXI in una festa, chiedendo agli invitati di portarle un regalo. Inizialmente aveva rifiutato l’invito del museo, salvo poi ripensarci quando si era resa conto che avrebbe rischiato di trascorrere il compleanno da sola a Roma.





Per circa due ore ha tenuto il palco alternando ricordi personali, battute, riflessioni sulla morte e momenti di commozione, davanti a un pubblico numeroso e partecipe. Ne è nato uno dei momenti più riusciti della programmazione culturale del MAXXI, un incontro che ha mostrato quanto possa essere interessante un museo quando non si limita a esporre opere, ma crea occasioni di confronto diretto tra artisti e pubblico. Esperienze che dovrebbero diventare una consuetudine, non un’eccezione. Durante la conversazione è emerso anche il tema centrale della sua ricerca: la paura della fine e il tentativo di darle una forma. Calle ha raccontato come il timore di perdere la madre sia diventato un motore creativo. «Non sono ossessionata dall’assenza, ma è un dato di fatto che le persone che ho perso sono qui con me», ha spiegato, riconoscendo nell’arte anche una possibilità di esercitare quel controllo che, come ha ammesso con ironia, le piace avere.
Due giorni dopo, l’11 ottobre, al Cimitero Acattolico di Roma, l’artista ha dato vita a Qui riposano i segreti dei viandanti del cimitero degli artisti e dei poeti, raccogliendo le confidenze di sconosciuti destinate a essere sepolte in una tomba. È la prima installazione permanente del MAXXI fuori dalla propria sede, espressione della volontà del museo, sottolineata dalla presidente Bruni, di estendere la propria presenza nel tessuto della città. Un gesto che contiene tutta l’ambiguità della ricerca di Calle: rivelare un segreto per farlo scomparire, trasformare una tomba in un luogo di ascolto. In un cimitero, dove le lapidi custodiscono i nomi dei morti, l’artista ha scelto di dare riposo alle parole dei vivi.

Exquisite pain, 1984-2003
©Sophie Calle / SIAE, Roma 2026
Courtesy l’artista e Perrotin

Exquisite pain, J-67 (Bed), 1984-2003
©Sophie Calle / SIAE, Roma 2026
Courtesy l’artista e Perrotin

North Pole, 2018
©Sophie Calle / SIAE, Roma 2026
Courtesy l’artista e Perrotin

Sophie Calle
Daughter (2), 1990
Photo credit: Claire Dorn
© Sophie Calle / SIAE Roma, 2026. Courtesy of the artist and Perrotin
Dove comincia la fine
Questa tensione tra ciò che scompare e ciò che rimane attraversa il percorso espositivo. Si parte idealmente dal 1978, quando Calle fotografa alcune lapidi nel cimitero di Bolinas, in California. Le iscrizioni sono ridotte a semplici ruoli familiari, come Brother e Sister: un’identità che sopravvive soltanto nella relazione con qualcun altro. Nella serie Le tombe si riconoscono già alcuni dei temi che accompagneranno tutta la sua ricerca: la memoria, l’assenza, il desiderio di conservare ciò che scompare. In Dolore squisito, uno dei lavori più emblematici dell’artista, la fine assume invece la forma di una separazione sentimentale. Nel 1984, durante un viaggio in Asia, Calle riceve in un albergo di New Delhi un messaggio che segna la conclusione di una relazione. Da quell’esperienza nasce un’opera composta da oltre duecento elementi tra fotografie e testi, organizzati intorno a un conto alla rovescia verso il giorno della rottura. Ma la storia non finisce lì. Al racconto ripetuto del proprio dolore l’artista affianca le testimonianze di persone alle quali chiede di raccontare il momento più doloroso della loro vita. La sofferenza individuale diventa così un’esperienza condivisa, e la fine di un amore si trasforma nell’inizio di un altro racconto.
Anche il fallimento trova un posto nell’universo di Calle. In Catalogo ragionato dell’incompiuto, progetti abbandonati, idee interrotte e tentativi mai realizzati vengono raccolti e ordinati in un inventario delle possibilità perdute. Ciò che normalmente resterebbe escluso dal racconto di una carriera artistica diventa esso stesso un’opera, perché anche ciò che non ha trovato compimento può continuare a esistere sotto un’altra forma. Al centro del percorso, Funerali inclusi, tratto dalle Autobiografie, riunisce invece fotografie e brevi racconti personali, componendo una biografia per frammenti nella quale memoria e invenzione finiscono per confondersi. Tra le opere più intense della mostra c’è Non ho potuto catturare la morte, il video realizzato accanto al letto della madre durante gli ultimi istanti della sua vita. Calle tenta di registrare il momento esatto della scomparsa, ma l’ultimo respiro le sfugge. La videocamera può documentare ciò che accade, ma non può trattenere ciò che se ne va. In Polo Nord, invece, l’artista seppellisce tra i ghiacci dell’Artico una fotografia della madre e alcuni suoi gioielli, esaudendo simbolicamente un desiderio che la donna non aveva potuto realizzare. Due modi diversi di affrontare la stessa assenza, cercando di dare una forma a ciò che non può essere restituito.
Ma la mostra non si esaurisce nella perdita. In Perché, fotografie nascoste dietro tende ricamate vengono svelate dal visitatore, chiamato a sollevare il tessuto per scoprire l’immagine. A concludere il percorso è Voir la mer, la videoinstallazione realizzata a Istanbul nel 2011, nella quale Calle accompagna alcune persone a vedere il mare per la prima volta. Dopo aver attraversato separazioni, lutti e fallimenti, lo sguardo si apre così allo stupore di un’esperienza nuova. Come se, dopo aver cercato a lungo il punto esatto in cui qualcosa finisce, l’artista volesse ricordarci che esiste sempre anche la possibilità di un inizio. È forse proprio questa la qualità più sorprendente della sua ricerca: riuscire a parlare delle cose più serie della vita senza prendersi mai completamente sul serio. Sophie Calle inventa regole, stabilisce rituali, raccoglie fotografie, parole e segreti, cercando di dare una forma a ciò che per sua natura sfugge. Senza pretendere che l’arte possa risolvere qualcosa, ma sapendo che può almeno aiutarci a guardare diversamente ciò che è stato. E se la vita non prevede istruzioni, tanto vale inventarsele. Matrimoni, rotture e funerali inclusi.



