Al MAXXI l’architettura di Tatiana Bilbao 

Con Campo aperto, l'architetta messicana trasforma il museo in un luogo di incontro e partecipazione. Presentato oggi al MAXXI, il progetto riflette sul rapporto tra corpo, spazio e vita collettiva

«Il corpo gioca, il gioco riunisce. L’incontro crea comunità. E la comunità costruisce la città». È racchiusa in queste poche parole l’essenza di Campo aperto, il progetto con cui Tatiana Bilbao Estudio arriva al MAXXI di Roma, nell’ambito della nona edizione di NATURE, il programma dedicato alle installazioni site-specific dei grandi protagonisti dell’architettura internazionale. Una riflessione che parte dal corpo, dal movimento e dalla possibilità di incontrarsi per arrivare a una questione molto più ampia: come può l’architettura contribuire a costruire una comunità?

È una domanda che attraversa l’intera ricerca dell’architetta messicana e che oggi, 15 ottobre, è tornata al centro della conferenza stampa di presentazione della mostra, alla presenza della presidente della Fondazione MAXXI Maria Emanuela Bruni e della curatrice Lorenza Baroncelli. «L’architettura è un campo aperto perché crediamo che l’architettura non sia un oggetto ma una piattaforma di possibilità», ha spiegato Tatiana Bilbao, sintetizzando una visione che supera l’idea dell’edificio come forma autonoma per restituire centralità alle persone e alle relazioni che uno spazio è capace di generare. Uno spazio non si esaurisce nei suoi confini fisici, nei materiali o nella funzione per cui è stato progettato. Prende forma attraverso chi lo attraversa, lo interpreta e lo trasforma. Ed è proprio in questa dimensione aperta, imprevedibile e collettiva che Bilbao individua il potenziale dell’architettura contemporanea.

Il progetto – aperta al pubblico dal 16 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027 – invita a ripensare lo spazio museale non soltanto come contenitore di opere, ma come ambiente capace di favorire l’incontro e la partecipazione. Il titolo stesso suggerisce una condizione di apertura: un campo che non impone un’unica modalità di utilizzo, ma lascia spazio alle possibilità, alle interpretazioni e soprattutto alle persone.

Al centro c’è il gioco, inteso non come semplice attività ricreativa, ma come uno dei primi linguaggi attraverso cui gli esseri umani imparano a entrare in relazione. Giocare significa condividere uno spazio, negoziare regole, riconoscere la presenza dell’altro. È un gesto apparentemente semplice, ma profondamente sociale. Da qui prende forma un ragionamento che si estende alla città contemporanea, dove la progressiva frammentazione degli spazi e delle esperienze collettive rende sempre più urgente interrogarsi sui luoghi in cui una comunità può riconoscersi.

Fare comunità significa innanzitutto creare le condizioni perché le persone possano incontrarsi. È un principio che sembra elementare, eppure rappresenta una delle grandi sfide dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee. In una città in cui gli spazi sono spesso definiti dalla loro funzione, dalla proprietà o dalle modalità di consumo, immaginare luoghi aperti alla partecipazione significa anche rimettere in discussione il modo in cui abitiamo e condividiamo l’ambiente urbano.

Questa attenzione alla dimensione sociale attraversa da sempre il lavoro di Bilbao, che nel 2004 ha fondato a Città del Messico lo studio che porta il suo nome. Dai progetti di edilizia abitativa agli interventi culturali e sul paesaggio, la sua ricerca si distingue per un approccio che mette in relazione architettura, condizioni sociali e identità dei territori. Il progetto non nasce come imposizione di una forma, ma come risposta a un contesto e alle esigenze delle persone che lo abitano. È un invito a considerare il museo come parte della vita collettiva, un ambiente in cui l’esperienza individuale può trasformarsi in un’occasione di incontro.