L’ex Casa del Fascio di Predappio potrebbe diventare un Museo dell’arte del Novecento. La proposta, emersa durante il Festival Forlivese della Libertà, riapre una discussione che da anni accompagna il destino dell’edificio, tra progetti di recupero mai realizzati e interrogativi su come restituire una funzione pubblica a uno dei luoghi più rappresentativi della storia del fascismo. Un’ipotesi che ha già raccolto il sostegno di Confcommercio Forlì, ma anche le perplessità di chi ritiene prioritario destinare quegli spazi alla documentazione storica della dittatura. E che pone una questione non secondaria: quale significato assume un museo d’arte del Novecento quando viene collocato in un edificio costruito per rappresentare il potere fascista?
Progettata dall’ingegnere Arnaldo Fuzzi e costruita tra il 1934 e il 1937, la Casa del Fascio si estende su circa 2.700 metri quadrati, distribuiti su tre piani, ed è caratterizzata da una torre littoria alta oltre quaranta metri. Dopo aver ospitato la sede locale del Partito nazionale fascista, nel secondo dopoguerra l’edificio è stato utilizzato per diverse attività, dalla Camera del lavoro alla Casa del popolo, fino a destinazioni artigianali e produttive. Da decenni versa in condizioni di abbandono, nonostante i diversi tentativi di recupero.
La precedente amministrazione comunale di centrosinistra aveva lavorato alla realizzazione di un Centro di documentazione storica sul fascismo, progetto successivamente abbandonato dall’attuale giunta di centrodestra. Nel frattempo sono stati avviati interventi parziali di messa in sicurezza sismica per circa 3,5 milioni di euro. La nuova proposta arriva dopo la visita estiva del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva effettuato un sopralluogo nell’edificio.

A esprimere una posizione favorevole sono Alberto Zattini e Andrea Zocca, rispettivamente direttore e presidente di Confcommercio Forlì, che vedono nel museo un’opportunità per recuperare un immobile di interesse storico e ampliare l’offerta culturale e turistica del territorio. Secondo i rappresentanti dell’associazione, l’iniziativa potrebbe svilupparsi senza assumere caratteri nostalgici, contribuendo a una nuova valorizzazione di Predappio. Resta tuttavia aperta la questione delle risorse necessarie alla realizzazione del progetto, per il quale viene auspicato un sostegno del Ministero della Cultura.
Più critica la posizione di Sauro Turroni, ex parlamentare dei Verdi, che richiama i precedenti tentativi di trasformare Predappio in un luogo di approfondimento storico, sottraendola al turismo nostalgico legato alla figura di Mussolini. Turroni indica come riferimento il Centro di documentazione sul nazionalsocialismo di Monaco di Baviera, inaugurato nel 2015, e sostiene la necessità di uno spazio capace di affrontare apertamente le responsabilità del regime, dalle persecuzioni politiche alle leggi razziali. La sua preoccupazione è che un museo dedicato all’arte possa privilegiare gli aspetti culturali del periodo, lasciando in secondo piano il contesto storico nel quale quelle esperienze si sono sviluppate.
Il problema, però, non riguarda soltanto la scelta tra un museo d’arte e un centro di documentazione storica. Riguarda anche il modo in cui le istituzioni culturali affrontano oggi l’eredità materiale e simbolica del fascismo. L’arte italiana del Novecento comprende esperienze molto diverse, alcune direttamente sostenute dal regime, altre sviluppatesi in un rapporto più complesso con le istituzioni e con il clima politico dell’epoca. La storia dell’arte non può essere appiattita sulla storia politica, ma nemmeno ricostruita prescindendo da essa. In questo senso, la scelta di un museo dedicato genericamente al Novecento, anziché alla storia del fascismo, solleva un interrogativo sull’identità stessa dell’istituzione: si intende raccontare un secolo di ricerca artistica oppure affrontare, attraverso l’arte, una fase precisa della storia italiana?
La distinzione non è puramente terminologica. Un museo del Novecento e un museo sull’arte durante il fascismo rispondono a finalità culturali differenti, e la loro collocazione a Predappio non può essere considerata un dettaglio. L’ex Casa del Fascio è infatti un’architettura concepita per rappresentare il regime, in una città che continua a confrontarsi con la propria eredità storica e con forme di turismo legate alla figura di Mussolini. In un contesto simile, il rischio non è necessariamente quello di una celebrazione esplicita del fascismo, quanto piuttosto di una sua progressiva neutralizzazione attraverso un racconto prevalentemente artistico ed estetico.

Questo non significa che la valorizzazione dell’arte debba essere esclusa. Al contrario, proprio un museo potrebbe offrire l’occasione per approfondire il rapporto tra produzione culturale, committenza pubblica, propaganda e costruzione del consenso, mostrando come gli artisti abbiano operato all’interno di un sistema politico autoritario, tra adesioni, compromessi e differenti margini di autonomia. Ma un simile percorso richiederebbe un progetto scientifico solido, capace di affrontare le contraddizioni di quella stagione senza trasformare il valore estetico delle opere in una forma di assoluzione del contesto storico.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare. Il recupero dell’edificio viene sostenuto anche per le sue potenzialità turistiche ed economiche, un argomento comprensibile per un territorio che attende da tempo la riqualificazione di uno spazio significativo. Tuttavia, l’attrattività di un museo non coincide necessariamente con la sua capacità di produrre conoscenza storica. Nel caso di Predappio, dove la memoria del fascismo è ancora oggetto di tensioni e interpretazioni contrastanti, la funzione culturale dell’istituzione dovrebbe essere definita prima delle sue prospettive di sviluppo turistico, evitando che queste ultime finiscano per orientarne i contenuti.
Al momento non sono stati resi noti un programma espositivo, una direzione scientifica o un piano complessivo di realizzazione. È dunque prematuro attribuire al futuro museo un’impostazione che non è ancora stata definita. Resta però significativo che il dibattito si sia spostato dal progetto di un centro di documentazione sul fascismo a quello di un museo d’arte del Novecento, senza che siano state ancora chiarite le ragioni culturali di questo cambiamento.
Il recupero dell’ex Casa del Fascio rappresenta un’occasione importante per restituire alla collettività un edificio da tempo inutilizzato. Ma la sua valorizzazione non può essere misurata soltanto sulla capacità di ospitare nuove attività culturali. La questione è capire se il museo saprà confrontarsi con la storia dell’edificio o se finirà per utilizzare quella stessa architettura come semplice contenitore espositivo. Una differenza sostanziale, soprattutto in un luogo in cui la memoria non costituisce un elemento accessorio, ma la ragione stessa della sua rilevanza pubblica.


