Da Luca Guadagnino a John Galliano, Zara vuole comprarsi anche l’immaginario d’autore

Il colosso spagnolo moltiplica le collaborazioni con i grandi nomi del cinema, della moda e del design. Una strategia che non punta soltanto a vendere nuovi prodotti, ma a costruire un patrimonio culturale e simbolico intorno al marchio

C’è un passaggio interessante nella strategia che Zara sta portando avanti negli ultimi anni. Il marchio spagnolo, diventato uno dei principali protagonisti della moda globale grazie alla rapidità con cui intercetta e traduce le tendenze in prodotti di largo consumo, sembra oggi interessato a qualcosa che non si può riprodurre con la stessa velocità: l’autorialità. Non più soltanto abiti, accessori e oggetti per la casa, ma visioni, linguaggi, riferimenti culturali. Un patrimonio immateriale che il gruppo sta progressivamente costruendo attraverso collaborazioni con figure riconosciute del cinema, della moda, della fotografia e del design.

È in questa prospettiva che si inserisce Atlas of Desire, la collezione realizzata da Luca Guadagnino e Stefano Baisi per Zara e Zara Home, presentata a settembre 2026. Oltre duecento pezzi tra arredi, complementi e abbigliamento che traducono in oggetti l’universo estetico del regista italiano e del designer, da tempo impegnati in una ricerca comune sugli interni, sui materiali e sulle possibilità narrative dello spazio. Un progetto che porta nel catalogo del marchio un immaginario immediatamente riconoscibile, fatto di atmosfere cinematografiche, riferimenti al modernismo e attenzione alla dimensione sensoriale dell’abitare.

L’operazione acquista però un significato diverso se osservata insieme alla più recente collaborazione con John Galliano, presentata nei giorni scorsi durante la settimana della moda parigina. Primo capitolo di una partnership biennale, lo stilista britannico è stato chiamato a reinterpretare capi provenienti dalle precedenti collezioni Zara. Il progetto introduce un elemento particolarmente significativo: l’idea che anche la produzione di un marchio costruito sul ricambio continuo possa essere trattata come un archivio, un repertorio di forme da recuperare, trasformare e dotare di una nuova identità.

Da Guadagnino a Galliano, cambia il linguaggio ma non la direzione. Zara sta cercando di superare la propria immagine di semplice interprete delle tendenze per presentarsi come interlocutore della cultura contemporanea. Se il regista porta con sé il prestigio del cinema d’autore e di una precisa sensibilità estetica, Galliano mette a disposizione una storia professionale legata all’alta moda, alla sperimentazione e alla costruzione di immaginari. In entrambi i casi, il valore dell’operazione risiede almeno quanto nei prodotti nella reputazione di chi li firma.

Non si tratta, naturalmente, di una novità assoluta. Le collaborazioni tra grandi marchi e creativi affermati appartengono da tempo alle strategie dell’industria della moda. Quello che sembra cambiare è però la loro funzione. L’autore non viene più coinvolto soltanto per disegnare una collezione speciale, ma per contribuire alla ridefinizione dell’identità culturale dell’azienda. La sua firma diventa uno strumento attraverso cui trasferire sul marchio una storia, una credibilità e un insieme di riferimenti che non appartengono necessariamente alla sua tradizione produttiva.

È una forma di accumulazione simbolica che procede parallelamente a quella economica. Zara dispone già di una struttura industriale e distributiva capace di raggiungere un pubblico internazionale. Ciò che queste operazioni sembrano voler aggiungere è una diversa forma di capitale: il prestigio culturale. Il marchio non si accontenta più di rendere disponibili prodotti ispirati ai linguaggi del lusso e del design, ma cerca di collocarsi direttamente nei luoghi in cui quei linguaggi vengono elaborati e legittimati. Non è casuale, in questo senso, la scelta di presentazioni costruite come esperienze espositive, installazioni e ambienti immersivi, sempre più vicine ai codici delle istituzioni culturali che a quelli della distribuzione commerciale.

La contraddizione emerge soprattutto nel rapporto tra la temporalità del fast fashion e quella della creazione autoriale. Da una parte un sistema fondato sulla continua produzione di novità, dall’altra figure il cui riconoscimento deriva da percorsi di ricerca sviluppati nel tempo. L’incontro può certamente generare progetti interessanti, ma rischia anche di trasformare l’autorialità in un ulteriore attributo del prodotto, una qualità da acquisire e utilizzare per aumentarne il valore percepito.

La collezione di Guadagnino e Baisi rende particolarmente evidente questo slittamento. La presenza di arredi con prezzi di diverse migliaia di euro sposta il progetto lontano dalla promessa di accessibilità tradizionalmente associata al marchio. Più che portare il design d’autore a un pubblico ampio, l’operazione sembra contribuire a costruire un nuovo posizionamento, nel quale è Zara ad avvicinarsi ai codici economici e culturali del lusso. Con Galliano, invece, è la stessa storia produttiva dell’azienda a essere riletta attraverso il linguaggio dell’archivio e della reinterpretazione creativa.

Il punto non è mettere in discussione la libertà degli autori di confrontarsi con la grande distribuzione, né negare il valore progettuale che queste collaborazioni possono esprimere. La questione riguarda piuttosto il modo in cui l’industria incorpora e utilizza il prestigio culturale, trasformando personalità, poetiche e percorsi creativi in risorse capaci di accrescere il valore del marchio. Zara sembra aver compreso che, in un mercato nel quale la disponibilità di prodotti e la velocità di produzione non sono più sufficienti a garantire una posizione distintiva, anche l’immaginario diventa un terreno di competizione. Guadagnino e Galliano rappresentano gli ultimi due passaggi di questa strategia che mira a estendere il patrimonio aziendale ben oltre la dimensione materiale delle collezioni.