Scorre sotto terra e negli oleodotti, attraversa gli oceani, alimenta città e trasporti, diventa plastica, asfalto, oggetti, immagini. Il petrolio ha ridisegnato territori e rapporti di forza, sostenuto economie e provocato conflitti, promesso progresso e lasciato dietro di sé paesaggi compromessi. È precisamente questa ambivalenza a costituire il terreno di Sole nero. Petrolio e arte contemporanea, la mostra che Villa Medici inaugura a Roma il 9 ottobre 2026, dove resterà aperta fino al 18 gennaio 2027. Curata da Morad Montazami e Madeleine de Colnet, di Zamân Books & Curating, insieme a Caroline Courrioux, l’esposizione prosegue il ciclo dedicato agli elementi avviato dall’Accademia di Francia a Roma nel 2022.

Quella che il percorso definisce “petromodernità” è una rete nella quale materia, capitale, potere politico, colonialismo, urbanizzazione e produzione dell’immaginario diventano difficili da separare. Raffinerie, piattaforme offshore e oleodotti convivono così con rivoluzioni, colpi di Stato, crisi energetiche e disastri ambientali. È una prospettiva che permette anche di sottrarsi a uno dei rischi più evidenti dell’arte che affronta la crisi climatica: trasformare la catastrofe in spettacolo, producendo immagini seducenti proprio a partire da ciò che intende denunciare. Sole nero sembra invece interrogare il meccanismo che rende possibile quelle immagini, chiedendosi non soltanto come rappresentare il petrolio, ma come il petrolio abbia modificato il nostro stesso modo di vedere il mondo.
Il percorso attraversa generazioni e geografie differenti, mettendo in relazione figure ormai storiche come Robert Smithson, Nancy Holt, Robert Rauschenberg, Alberto Burri ed Ed Ruscha con artisti contemporanei tra cui Monira Al Qadiri, Zina Saro-Wiwa, Rossella Biscotti, Ana Alenso, Jumana Manna, Jessica Segall e Jala Wahid. Non si tratta quindi di costruire una semplice iconografia dell’oro nero, ma di seguirne le trasformazioni: dall’estrazione alla combustione, dalla circolazione delle risorse alla protesta politica, fino alla contaminazione degli ecosistemi.
Le sette sezioni in cui è articolata l’esposizione rendono esplicito questo movimento. Si parte dal “Petrocene”, termine modellato su Antropocene e Capitalocene per descrivere un’epoca nella quale l’estrattivismo modifica materialmente il territorio, e si passa alla combustione fossile e ai suoi derivati. Plastica e catrame non sono semplicemente materiali industriali: diventano tracce di un processo di appropriazione della natura che entra direttamente nell’opera, dalle plastiche bruciate di Burri agli oli industriali utilizzati dal collettivo BP.

Poi ci sono gli oleodotti, forse l’immagine più efficace di un potere che funziona proprio perché tende a sottrarsi allo sguardo. Attraversano frontiere, territori e sovranità nazionali, diventando contemporaneamente infrastrutture economiche, segni nel paesaggio e obiettivi politici. È qui che opere di Nancy Holt, Rossella Biscotti, Monira Al Qadiri e Zina Saro-Wiwa consentono di osservare quanto la geografia del petrolio coincida con una geografia del potere.
Una delle sezioni è significativamente intitolata “Petro-museo” e affronta il rapporto storico fra industria petrolifera e istituzioni culturali: finanziamenti a musei, festival e produzioni artistiche, ma anche soft power, greenwashing e quella “petro-filantropia” diventata negli ultimi anni oggetto di contestazioni e azioni militanti. CS_Soleil Noir_Villa_Medici_202… La domanda, allora, riguarda inevitabilmente anche l’istituzione che espone: quanto può essere esterna al sistema che critica un’arte prodotta, trasportata, assicurata ed esposta dentro la stessa economia fossile?
La mostra non sembra cercare una risposta consolatoria. La sezione dedicata alla “marea nera” riporta l’attenzione sugli sversamenti e sulle catastrofi industriali, mentre quella conclusiva introduce il concetto di “petro-melanconia”, elaborato dalla studiosa Stephanie LeMenager: il lutto per una modernità fondata sulla promessa del progresso e rivelatasi contemporaneamente capace di compromettere le condizioni ambientali della propria sopravvivenza. Non è soltanto nostalgia per un mondo che scompare, ma la difficoltà di immaginare cosa possa venire dopo.

Parlare di una società “post-petrolifera” è relativamente semplice; molto meno semplice è rappresentarla senza dimenticare quanto profondamente il fossile abbia costruito le nostre abitudini, i nostri paesaggi e perfino le forme attraverso cui pensiamo il progresso. Il petrolio, in fondo, non è soltanto qualcosa che consumiamo. È una delle materie con cui abbiamo costruito la modernità. E uscire dal petrolio significa anche capire quali parti di quella modernità siamo davvero disposti ad abbandonare.
Sole nero. Petrolio e arte contemporanea
a cura di Morad Montazami, Madeleine de Colnet e Caroline Courrioux
9 ottobre 2026 – 18 gennaio 2027
Accademia di Francia a Roma – Villa Medici


