Che spettacolo (LA)HORDE

Al Teatro Argentina, Après moi, le déluge interroga il presente attraverso dodici corpi, un palcoscenico instabile e un mondo che sembra sul punto di cedere

Dodici corpi esausti. Un palcoscenico che lentamente si spezza. Il pavimento che si inclina, si apre, sprofonda. Il fumo invade lo spazio, un cratere si trasforma in fonte, i corpi cadono, si rialzano, si accalcano. In pochi istanti il Teatro Argentina di Roma smette di essere soltanto un teatro e diventa il paesaggio instabile di un mondo dopo la catastrofe.

È qui che prende forma Après moi, le déluge, creazione di (LA)HORDE per il Ballet national de Marseille, presentata fino al 4 ottobre nell’ambito del Romaeuropa Festival. L’impatto è immediato. La performance procede come una sequenza di immagini in continua trasformazione, costruendo un universo post-apocalittico nel quale nulla sembra destinato a rimanere fermo. I dodici interpreti attraversano la scena con una fisicità impressionante: corrono, cadono, si sollevano, si sostengono, si ammassano fino a diventare un unico corpo. La precisione dei movimenti e la potenza dei danzatori permettono alla coreografia di passare continuamente dal gesto individuale alla dimensione collettiva.

La scenografia, firmata da Julien Peissel in collaborazione con (LA)HORDE, è parte integrante di questo dispositivo. Non fa da sfondo alla danza, ma ne modifica continuamente le condizioni. Il palcoscenico si trasforma sotto gli occhi dello spettatore, aprendosi e deformandosi; acqua, fumo, luci ed effetti scenici costruiscono un ambiente quasi cinematografico. I danzatori sembrano così abitare un territorio che non offre più punti di riferimento stabili, costringendoli a reinventare continuamente il proprio rapporto con lo spazio.

A questa trasformazione dello spazio si aggiunge quella dello sguardo. Le riprese video realizzate dagli stessi danzatori spostano continuamente il punto di vista: le telecamere sono rivolte verso il pubblico, ma anche verso i corpi che si muovono sulla scena. Lo spettatore diventa così parte dell’immagine, mentre i danzatori possono osservare e restituire ciò che accade intorno e dentro di loro. È un gioco di sorveglianza reciproca che amplifica la sensazione di essere costantemente osservati e, allo stesso tempo, coinvolti. La presenza della telecamera non documenta semplicemente l’azione: la modifica, la moltiplica e la restituisce attraverso una prospettiva ulteriore. Il corpo viene così percepito contemporaneamente nella sua dimensione fisica e nella sua dimensione digitale, come presenza e come immagine.

È proprio nel rapporto tra corpo, scenografia e dispositivo video che emerge una delle qualità più interessanti dello spettacolo. La materia scenica sembra reagire al movimento e, allo stesso tempo, amplificarlo. Una caduta diventa un’immagine, una corsa modifica la percezione dello spazio, una massa di corpi diventa paesaggio, mentre la telecamera moltiplica ciò che accade davanti agli occhi. La scena non rappresenta semplicemente la catastrofe: la rende fisicamente presente e ne intensifica la percezione.

Dietro questa visione c’è (LA)HORDE, collettivo fondato nel 2013 da Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel, alla direzione del Ballet national de Marseille dal 2019. Il loro percorso attraversa danza, cinema, arti visive e cultura digitale, con una particolare attenzione alle forme collettive del corpo. In Après moi, le déluge questa ricerca assume una dimensione spettacolare e fortemente fisica, affidata alla straordinaria presenza scenica dei dodici interpreti.

La musica ha un ruolo altrettanto decisivo. La composizione originale di Pierre Aviat accompagna e alimenta la progressione dello spettacolo, costruendo una tensione sonora che cresce insieme al movimento. Poi arriva Chop Suey! dei System of a Down, e l’energia cambia immediatamente registro. Il brano irrompe sulla scena con tutta la sua forza, trascinando i corpi in una sequenza ancora più serrata e dando alla performance una dimensione generazionale, rabbiosa, quasi liberatoria. Il suono non accompagna semplicemente la coreografia, ne determina il ritmo. La performance accelera, rallenta, esplode e riparte. Le immagini si susseguono senza lasciare allo spettatore il tempo di prevedere ciò che arriverà dopo. È un continuo rilancio di energia che, insieme alla scenografia, alle riprese video e alla qualità tecnica degli interpreti, rende difficile distogliere lo sguardo. Anche nei momenti di apparente sospensione rimane la sensazione che qualcosa stia per accadere.

L’universo post-apocalittico costruito da (LA)HORDE diventa così una lente attraverso cui guardare il presente. La crisi ambientale, la paura, l’esaurimento collettivo, l’individualismo e il rapporto con una realtà sempre più mediata dalle immagini e dalla tecnologia entrano nello spettacolo senza essere illustrati in maniera didascalica. Sono condizioni che il corpo attraversa e che la scena traduce in movimento, mentre la presenza delle telecamere introduce un ulteriore livello: quello di una società in cui osservare ed essere osservati sono ormai parte della quotidianità.

Il Diluvio universale, tema biblico per eccellenza della distruzione e della rinascita, affiora allora come una delle immagini archetipiche che attraversano lo spettacolo. La memoria della Genesi trova una delle sue rappresentazioni più potenti nel Diluvio di Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina: una moltitudine di corpi travolta dall’acqua, sospesa tra la paura della fine e il tentativo di salvarsi. A distanza di secoli, quella stessa iconografia viene riletta in forme diverse: David LaChapelle ne porta l’immaginario nella fotografia contemporanea, trasformando il sacro in una visione pop, spettacolare e satura di immagini. Ma il lavoro di (LA)HORDE non si limita al riferimento al Diluvio: Après moi, le déluge è attraversato da una costellazione più ampia di suggestioni visive, che comprende anche la videoarte di Bill Viola, in particolare quel rapporto tra corpo, acqua, sospensione, morte e rinascita che caratterizza alcune delle sue opere più note. Sono immagini che non vengono semplicemente citate, ma rielaborate attraverso il movimento dei danzatori, la scenografia, le riprese video e la continua trasformazione dello spazio. La scena diventa così un luogo in cui storia dell’arte, cultura pop e immagini contemporanee si incontrano e prendono corpo.

Il titolo, Après moi, le déluge, porta questa riflessione ancora più lontano. Dopo di me, il diluvio: una frase che contiene l’idea di un futuro lasciato sulle spalle di chi verrà dopo, ma anche quella di una responsabilità continuamente rimandata. Lo spettacolo non offre una risposta definitiva. Costruisce piuttosto una visione potente e inquieta di ciò che potrebbe rimanere quando l’equilibrio viene meno. In questo senso, il futuro non appare come qualcosa di lontano, ma come una presenza che si avverte già nel presente, nei corpi che resistono, nella materia che cede, nelle immagini che continuano a registrare ciò che accade.

E in questa visione tutto è materia in trasformazione: il palcoscenico, il suono, la luce, i corpi, le immagini. Après moi, le déluge non racconta la fine del mondo come un evento lontano, ma la porta dentro il presente e la rende esperienza fisica. Al Teatro Argentina, la catastrofe non viene semplicemente rappresentata: viene fatta accadere davanti allo sguardo dello spettatore, moltiplicata dai corpi e dalle immagini, dal suono e da uno spazio che sembra continuamente sul punto di cedere. E mentre tutto sembra precipitare, il futuro rimane ancora indistinto, affidato a ciò che resta dei corpi e a ciò che la scena non ha ancora mostrato.

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