A quasi trent’anni dalla sua apertura, la Fondation Beyeler torna a interrogarsi sul proprio rapporto con l’architettura e con il paesaggio. A Riehen, Peter Zumthor firma l’ampliamento del museo progettato da Renzo Piano attraverso tre nuovi edifici inseriti nel parco. La trasformazione coinvolge anche gli spazi esterni, con l’apertura al pubblico di circa 10mila metri quadrati di giardino. Museo e paesaggio diventano così parti di un unico progetto, il risultato non è semplicemente un’estensione delle sale espositive. La Fondation Beyeler diventa un sistema di edifici, giardini e spazi culturali nel quale la visita può comprendere una mostra, una passeggiata, un concerto, l’ascolto di un disco, un laboratorio o semplicemente una pausa nel verde. L’arte rimane il centro dell’istituzione, ma non è più l’unica ragione per attraversarne gli spazi. L’operazione è il risultato di quasi dieci anni di progettazione e lavori e ha comportato un investimento di circa 120 milioni di franchi svizzeri, sostenuto interamente da fondi privati e dalla Fondazione. La crescita dell’istituzione aveva reso necessario l’intervento: la collezione è passata dalle circa 180 opere degli inizi a circa 400, mentre il pubblico, inizialmente stimato in 100mila persone, ha superato nel 2025 quota 500mila.

L’ampliamento avrebbe potuto tradursi nella costruzione di un unico grande edificio. Peter Zumthor ha scelto invece di distribuire le nuove funzioni in tre architetture indipendenti, inserite nel parco. La decisione risponde innanzitutto alla necessità di preservare gli alberi secolari dell’area, una condizione fondamentale posta dalla municipalità di Riehen. Ma permette anche di evitare che l’ampliamento finisca per competere con l’edificio di Renzo Piano, diventato nel corso degli anni uno dei simboli della Fondation Beyeler. I tre nuovi edifici hanno caratteri molto differenti e formano, insieme alla sede storica, agli edifici recuperati e al parco, un unico organismo. Il principale è il Wyss Museum, che aggiunge circa 1.500 metri quadrati di superficie espositiva distribuiti su tre piani. La pianta a Y nasce dalla necessità di mantenere intatti un ginkgo biloba, una sequoia e alcuni platani già presenti nel giardino. Le grandi finestre dei tre livelli inquadrano porzioni differenti del giardino. Il verde non è quindi visibile soltanto dall’esterno: entra continuamente nell’esperienza delle sale e diventa parte del percorso espositivo. Il secondo edificio è l’Ammann Pavilion, costruito in vetro e rovere. Con i suoi 250 posti, è destinato alla musica, alle performance, alle proiezioni e agli incontri. Quando non sono in programma eventi, lo spazio rimane accessibile gratuitamente e può essere utilizzato come luogo di sosta, lettura o lavoro. Più discreto è l’Erlen Torhaus, destinato alle attività interne della Fondazione. Vi trovano posto gli uffici e gli spazi tecnici necessari alla gestione delle opere, con un collegamento sotterraneo diretto al Wyss Museum.
La vera trasformazione riguarda però l’insieme. Il nuovo complesso mette in discussione la separazione tradizionale tra museo e spazio pubblico. Il parco è accessibile gratuitamente e permette di entrare nell’area della Fondation Beyeler anche senza visitare le esposizioni. L’Ammann Pavilion funziona durante il giorno come una sorta di spazio civico, mentre altri ambienti sono dedicati alla formazione, alla musica e alla botanica. Nell’ex Orangerie, India Mahdavi ha progettato una serra dedicata alla ricerca sulle specie vegetali capaci di adattarsi meglio al cambiamento climatico. Il Salon propone invece un’esperienza più intima: una sala per l’ascolto musicale nella quale è conservata una raccolta di oltre duemila vinili, dal repertorio barocco al jazz e alla musica elettronica. Gli ambienti recuperati dell’Ammann Atelier sono destinati alle attività didattiche e ai workshop, mentre il piccolo Folly offre uno spazio indipendente per sperimentazioni artistiche. Questa moltiplicazione delle funzioni modifica anche il rapporto con il tempo della visita. Non è più necessario attraversare il museo secondo un percorso lineare: si può entrare nel parco, fermarsi nel Pavilion, partecipare a un laboratorio, ascoltare musica o visitare una mostra, componendo ogni volta un’esperienza diversa.

L’ampliamento più importante, in termini di superficie, riguarda il paesaggio. L’acquisizione dell’Erlengarten, circa 10mila metri quadrati di giardino precedentemente privato, ha quasi raddoppiato l’area verde della Fondation Beyeler. Il nuovo parco conserva il carattere storico dell’area, progettata nel XIX secolo dal paesaggista Jean-François Caillat. Alberi secolari, prati, zone più selvatiche, specchi d’acqua e vegetazione spontanea costruiscono un ambiente nel quale le opere d’arte sono disseminate senza creare una netta separazione tra spazio museale e spazio naturale. Tra le sculture già presenti e quelle recentemente installate figurano lavori di Alexander Calder, Jenny Holzer, Ellsworth Kelly, Philippe Parreno, Thomas Schütte e Fischli/Weiss. A queste si aggiungono interventi di Louise Bourgeois, Pierre Huyghe, Rachel Whiteread e Fujiko Nakaya. La monumentale Maman di Bourgeois assume una particolare rilevanza anche in relazione alla grande retrospettiva che la Fondazione dedicherà all’artista nel 2027. Exomind (Deep Water) di Huyghe mette invece in relazione scultura e fenomeni naturali: la figura femminile presenta una testa trasformata in alveare, abitata dalle api durante la stagione calda. Nel parco sono presenti anche installazioni legate all’acqua e alla nebbia, tra cui l’intervento permanente di Fujiko Nakaya. Il paesaggio diventa così uno spazio espositivo a cielo aperto e, contemporaneamente, un elemento autonomo dell’esperienza della Fondation Beyeler.
Il nuovo Wyss Museum debutta con Constellations, mostra che unisce la nuova sede all’edificio di Renzo Piano e agli spazi esterni. Il progetto non propone una semplice selezione della collezione permanente. Le opere sono organizzate attraverso corrispondenze visive, tematiche e concettuali, mettendo in relazione artisti di epoche differenti. Le Ninfee di Claude Monet, uno dei lavori più rappresentativi della collezione Beyeler, sono affiancate al piano terra da opere di Roni Horn, Otobong Nkanga, Wolfgang Tillmans e Pierre Huyghe, in un percorso nel quale il tema della natura assume forme diverse, dalla contemplazione alla sua trasformazione e compromissione. Il piano successivo introduce una dimensione più legata alla figura umana e alla psiche, con opere di Max Ernst, René Magritte, Joan Miró, Picasso, Balthus e altri artisti moderni e contemporanei. L’ultimo livello, caratterizzato da una maggiore altezza e da una luce più diffusa, raccoglie invece opere astratte di Agnes Martin, Cy Twombly, Barnett Newman e Brice Marden, insieme a L’Oiseau di Constantin Brancusi. Il percorso continua nella sede di Renzo Piano, dove tornano alcuni dei grandi nomi della collezione Beyeler, da Monet a Picasso, Giacometti, Miró, Hodler e Henri Rousseau, accanto a opere provenienti da altre importanti raccolte. La mostra è destinata a cambiare nel corso dei mesi. Le opere verranno spostate e sostituite secondo un programma di riallestimenti che accompagna il susseguirsi delle stagioni. L’idea è trasformare la collezione da qualcosa di stabile e definitivo in un organismo che possa essere riscoperto attraverso visite successive.

L’apertura del nuovo ensemble coincide con una stagione espositiva particolarmente articolata. Dopo Constellations, in programma fino al 5 settembre 2027, la Fondation Beyeler presenta quattro mostre monografiche dedicate a Ruth Asawa, Frida Kahlo, Louise Bourgeois ed Elizabeth Peyton. Il calendario prevede Ruth Asawa dal 18 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, Frida Kahlo dal 31 gennaio al 17 maggio, Louise Bourgeois dal 13 giugno al 17 ottobre e Elizabeth Peyton dal 26 settembre 2027. La programmazione segna anche una maggiore attenzione alla presenza delle artiste nella storia dell’arte e nella produzione contemporanea.
La trasformazione della Fondation Beyeler è stata resa possibile da una rete di sostenitori privati. Il contributo di Hansjörg Wyss è stato determinante per la realizzazione del nuovo museo; la Thomas und Doris Ammann Stiftung ha sostenuto il Pavilion e i programmi di mediazione, mentre altri importanti finanziatori sono la Daros Collection di Stephan Schmidheiny, Christoph M. Müller e Sibylla M. Müller, la Ernst Göhner Stiftung, la Don Quixote Foundation di Rolly van Rappard e Novartis. A questi si aggiungono numerosi donatori anonimi. Anche la collaborazione con la città di Riehen e con il Cantone ha avuto un ruolo importante nella realizzazione dell’intervento. Il nuovo complesso non cancella quindi la Fondation Beyeler che il pubblico ha conosciuto per quasi trent’anni. L’edificio di Renzo Piano rimane il cuore storico dell’istituzione, mentre l’architettura di Zumthor costruisce intorno ad esso un sistema più ampio. La novità più significativa non sta dunque soltanto nei 1.500 metri quadrati aggiunti dal Wyss Museum o nei 10mila metri quadrati di parco recuperati. È nella possibilità di concepire la Fondation Beyeler come un luogo in cui l’esperienza dell’arte può estendersi alla musica, all’architettura, alla natura, alla formazione e alla vita quotidiana. Il museo diventa così meno simile a un edificio da attraversare e più vicino a un paesaggio culturale da abitare.



