La geografia artistica della moda continua ad espandere i suoi confini, arrivando ad occupare uno spazio d’onore nelle grandi istituzioni dell’arte classica e contemporanea. Uno spazio che non è sul muro di un museo, di una galleria, bensì uno spazio mobile che si muove in uno fisso ed immutabile: si parla della nuova tendenza alla vestizione, se non dei grandi saloni dei musei come precedente fatto da alcuni brand, ma degli operatori che vi lavorano rendendoli un’opera di pura combustione tra abito ed arte. L’ultima partnership presentata dal brand spagnolo naturalizzato francese Loewe è la dimostrazione che la visita in un museo deve essere una esperienza totalitaria, ed anche l’uniform di chi vi opera deve esserne partecipe.
Così nasce il progetto Loewe X il Prado di Madrid, voluta dalla Fondazione Loewe guidata da Sheila Loewe, erede di Enrique Loewe Lynch che la fondò nel 1988, e che si aggiunge ad un’altra già attiva: Writing The Prado (in collaborazione con la rivista Granta), che consiste in un programma di residenze letterarie che permette ad autori internazionali di immergersi nelle sale del museo così da dare vita ad opere di narrativa inedita. Il nuovo progetto dal nome ufficiale di Batas de Laboratorio per i restauratori, segna il primo intervento estetico nel museo, non andando ad intervenire sulle mura e le opere direttamente, ma su chi le restaura, ideando una nuova divisa per tutti gli operatori e sopratutto funzionale all’attività di ‘’rivitalizzazione’’ dell’opera.


I due nuovi direttori creativi, arrivati alla guida del brand dopo il passaggio di consegne con l’inglese Jonathan Anderson, Jack McCollough e Lazaro Hernandez si dicono «impegnati in un’attività di rilettura dei codici estetico-artistici della maison. Un’attività che non riguarda solo direttamente il brand ma l’intera sistema culturale nel quale si muove», in fondo Loewe ha sempre cucito attorno a sé un immaginario onirico dove l’arte è protagonista, dai giardini fioriti pop degli show di Anderson agli abiti baloon che richiamano le sculture moderniste. Sebbene distanti dai look di collezione, i camici, anche definiti come “dark coat”, sono realizzati in un cotone grezzo tinto di nero che assorbe la luce e ne evita la dispersione sulla superficie delle opere. Secondo Sheila Loewe questo è un gesto di cura verso la città che ha visto nascere il brand e poi spostarsi a Parigi senza mai dimenticare le proprie origini.
Per i designer è anche l’occasione per nutrire nuove collaborazioni all’altezza della precedente tenure creativa che aveva spaziato dall’arte contemporanea alla letteratura. Una cornice che posiziona l’abito in una teca da esposizione ma al contempo la rende partecipe dell’attività artistica, non solo intesa come creazione ma anche come protezione e cura verso il patrimonio artistico, quello che in termini stilistici si definisce “heritage”. E su questo lavora Loewe che non solo veste chi restaura ma estetizza il gesto di cura più profondo ed autentico che vi sia nell’arte.




