Dal carcere alla città, passando per le sale della Fondazione Pastificio Cerere. BENU, il progetto di Eugenio Tibaldi nato all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, entra in una nuova fase e diventa una mostra. Curata da Marcello Smarrelli, l’esposizione apre il 23 settembre e resterà visitabile fino al 28 novembre 2026, ricostruendo attraverso opere, immagini, documenti e nuove produzioni un’esperienza fondata sulla partecipazione e sulla costruzione collettiva.

Morandi 24 min, 2026.
Installation view, Fondazione Pastificio Cerere
|Credits: Carlo Romano | Courtesy Fondazione Pastificio Cerere

|Credits: Carlo Romano | Courtesy Fondazione Pastificio Cerere

Promosso dalla Fondazione Pastificio Cerere e dalla Fondazione Severino, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, BENU nasce infatti dal desiderio di portare l’arte contemporanea dentro Rebibbia non come semplice presenza esterna, ma attraverso un processo condiviso con le donne detenute. Laboratori, incontri e momenti di confronto hanno condotto alla realizzazione di due opere site-specific permanenti, inaugurate in occasione del Giubileo 2025 alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il nome arriva da Benu, creatura della mitologia egizia legata al dio Ra e successivamente assimilata alla fenice. Un’immagine di morte e rigenerazione che Tibaldi ha trasformato nel centro simbolico del progetto. Le due fenici realizzate nel carcere sono sculture luminose e il loro funzionamento continua a richiedere il coinvolgimento delle detenute, chiamate a produrre l’energia necessaria ad alimentarle. Arte e partecipazione finiscono così per coincidere anche materialmente.

Eugenio Tibaldi in collaborazione con Barbara Sales, 2026 tatuaggio eseguito
da novemberokbranch
«Le due fenici – spiega Smarrelli – sono diventate immagini di speranza, trasformazione e riscatto», costruendo allo stesso tempo «un ponte ideale tra lo spazio della detenzione e il mondo esterno». Ed è proprio questo passaggio oltre il perimetro di Rebibbia a costituire il cuore della mostra romana. Al Pastificio Cerere il progetto viene infatti scomposto e ricostruito attraverso una sorta di mappa visiva della sua genesi. Ci sono gli elaborati prodotti dalle detenute durante i laboratori e i dipinti realizzati da Tibaldi nel progressivo processo di sintesi che ha condotto alle opere definitive. Ma ci sono soprattutto le trasformazioni che quell’immaginario ha conosciuto nell’anno successivo alla sua nascita.


La più evidente occupa direttamente gli spazi della Fondazione: oltre mille fenici, tutte differenti, compongono una grande installazione diffusa realizzata da Tibaldi insieme ai partecipanti a una Masterclass della RUFA – Rome University of Fine Arts. Studenti e studentesse provenienti da diverse aree geografiche hanno lavorato sul significato assunto dalla fenice nelle rispettive culture. Le sagome di carta, intagliate e distribuite tra pavimenti, pareti e soffitti, trasformano così un simbolo antichissimo in un atlante contemporaneo di significati, appartenenze e possibilità di rinascita. L’immagine di BENU continua poi a moltiplicarsi. Diventa una bandiera, realizzata con tessuti donati e di recupero dall’organizzazione no profit Progetto Abito di Torino; compare sul corpo di Barbara Sales, che ha scelto di tatuarsela sull’avambraccio; si confronta con centinaia di immagini di tatuaggi della fenice raccolte online. In mostra arriva anche il prototipo dell’opera, una versione luminosa in scala ridotta che ha costituito il modello sperimentale delle installazioni definitive di Rebibbia, insieme a una produzione video realizzata da Tibaldi con Lorenzo Morandi e prodotta da TIMO.

Eugenio Tibaldi. Benu#03, Benu#04, Benu#05, Benu#06.
Installation view, Fondazione Pastificio Cerere 2026
| Credits: Carlo Romano | Courtesy
Fondazione Pastificio Cerere

Dipinto preparatorio per
BENU#2, 2025. Foto di Lorenzo Morand
Ma il passaggio dal carcere allo spazio pubblico non si ferma alle mura del Pastificio. Grazie ad APA – Agenzia Pubblicità Affissioni, BENU si diffonde anche per Roma attraverso una campagna di affissioni cartacee e digitali: alle immagini di Tibaldi viene accostata una poesia scritta da una delle detenute durante i laboratori. Una voce nata dentro Rebibbia entra così nel paesaggio quotidiano della città, completando idealmente quel movimento tra interno ed esterno su cui l’intero progetto è costruito. La mostra è accompagnata anche da un volume pubblicato da Magonza, con testi di Marcello Smarrelli, Simone Ciglia e del cardinale José Tolentino de Mendonça e un’introduzione del presidente Sergio Mattarella. Un ulteriore archivio del progetto, ma anche un altro modo per prolungarne la traiettoria oltre il luogo in cui tutto è cominciato.


