Per quattro giorni Bruxelles diventa una grande mappa dell’arte contemporanea. Dal 10 al 13 settembre 2026 va in scena la seconda edizione di RendezVous – Brussels Art Week, appuntamento che inaugura simbolicamente la nuova stagione culturale della capitale belga mettendo in rete gallerie, istituzioni pubbliche, fondazioni private, case d’asta, collezioni e spazi gestiti dagli artisti. Più che una fiera concentrata in un unico padiglione, RendezVous sceglie infatti la dimensione urbana: è la città stessa, con i suoi quartieri e le sue differenti comunità artistiche, a diventare il luogo dell’evento.
Una formula che racconta bene la particolare identità di Bruxelles, da tempo uno dei centri più interessanti della geografia artistica europea. Stretta tra capitali del mercato come Parigi e Londra, la città ha costruito un ecosistema meno appariscente ma estremamente vitale, nel quale convivono grandi gallerie internazionali, musei, fondazioni, collezioni private e una rete particolarmente attiva di realtà indipendenti e artist-run. È proprio questa compresenza, più che la concentrazione sul mercato, a essere al centro del progetto RendezVous.

Una settimana dell’arte senza fiera
L’edizione 2026 coinvolge oltre 90 sedi sparse per Bruxelles. Tra le gallerie figurano nomi di primo piano come Almine Rech, Gladstone, Mendes Wood DM, Galerie Nathalie Obadia, Xavier Hufkens, rodolphe janssen, Greta Meert, Maruani Mercier, Nino Mier, Sorry We’re Closed e Spazio Nobile, accanto alle sedi belghe di Christie’s, Sotheby’s e Dorotheum. Ma la struttura dell’Art Week si allarga ben oltre il circuito commerciale. Partecipano, tra gli altri, Bozar, WIELS, Kanal–Centre Pompidou, Fondation CAB, Boghossian Foundation, La Loge, argos centre for audiovisual arts, Vanhaerents Art Collection, The Jewish Museum of Belgium e Fondation Walter & Nicole Leblanc. A questi si aggiunge un fitto panorama di iniziative indipendenti, da Komplot e SB34 al Brussels Artist-Run Network, che permette di osservare anche quella parte della scena cittadina che normalmente rimane fuori dai grandi appuntamenti del mercato. Il calendario è costruito proprio per favorire questa esplorazione. Dopo la Opening Night del 10 settembre, con le gallerie aperte dalle 17 alle 21, le giornate successive sono organizzate per aree geografiche: l’11 settembre il focus si sposta verso Molenbeek, Anderlecht e Forest, il 12 settembre interessa Sablon e il centro città, mentre il 13 settembre è dedicato a Ixelles, Saint-Gilles e Uccle. Visite guidate, conversazioni con artisti e galleristi, performance, screening e incontri accompagnano il pubblico da un quartiere all’altro.


Il Salon de RendezVous, nuovo cuore della manifestazione
La principale novità della seconda edizione è il Salon de RendezVous, pensato come punto d’incontro centrale dell’intera settimana. Ospitato quest’anno al 311 di Avenue Van Volxem, a Forest, il Salon cambia sede a ogni edizione, facendo della scoperta dei diversi quartieri una componente integrante del progetto. Dopo The Tip Inn, l’ambiente ideato dall’artista britannica Zoe Williams per l’edizione inaugurale del 2025, quest’anno l’allestimento è affidato a Espace Aygo, collettivo olandese attivo tra arte e design. Il gruppo ha concepito uno spazio immersivo e surreale, realizzato prevalentemente attraverso materiali circolari, che accompagna il suo ultimo periodo di attività a Bruxelles.
Non è però soltanto un quartier generale. Aperto fino alle 23, il Salon riunisce bar, libreria pop-up, cinema e palco, diventando uno spazio di permanenza oltre che di passaggio. Qui si concentra Salon Encounters, programma trasversale fatto di talk, performance, conversazioni, proiezioni, musica e dj set, sviluppato insieme alle realtà che partecipano all’Art Week. Tra gli appuntamenti, l’11 settembre è prevista la performance di Guy Woueté, mentre Michael Lin dialoga con il direttore de La Loge Wim Waelput sul modo in cui la pittura può trasformarsi da oggetto in spazio di relazione. Il 12 settembre il Jewish Museum of Belgium porta invece al Salon una performance sonora e rituale di Mélodie Blaison e Barbara Salomé Felgenhauer e Table Dance, esperienza culinaria di Michelle Woods e Roman Hiele.
Bruxelles come ecosistema
È forse qui che RendezVous trova la sua caratteristica più interessante. L’obiettivo non sembra essere quello di aggiungere semplicemente un’altra art week al calendario internazionale, quanto di rendere visibile un ecosistema che esiste già, facendo incontrare soggetti normalmente separati dal mercato, dalle dimensioni e dai pubblici di riferimento. Lo dimostra anche la presenza degli artist-run spaces. L’11 settembre, ad esempio, il Brussels Artist-Run Network organizza un percorso ad Anderlecht attraverso Gilbard, Komplot e Janitor, non soltanto per visitare le mostre ma per conoscere chi gestisce questi luoghi, i loro modelli di lavoro e le difficoltà che affrontano. Una sorta di mappatura dal basso della produzione artistica cittadina, che affianca alla visita delle opere una riflessione sulle condizioni nelle quali l’arte viene prodotta.

Anche le mostre restituiscono questa pluralità. Da KIN, ad esempio, la settimana coincide con l’apertura di una mostra dedicata a Michel Frère, pittore belga scomparso nel 1999 a soli 38 anni. Quattro grandi dipinti, una scultura, opere di dimensioni più contenute e materiali d’archivio ricostruiscono una ricerca che dalla figurazione degli anni Ottanta arrivò a una pittura fortemente materica, riletta oggi anche nelle sue connessioni con la cultura queer. RendezVous sembra così puntare su una caratteristica che distingue Bruxelles da molte altre capitali europee dell’arte: la possibilità di muoversi rapidamente tra blue-chip gallery, istituzione museale, fondazione privata e spazio indipendente, senza che una componente cancelli necessariamente le altre. La Brussels Art Week, riconosciuta dalla stessa città come appuntamento annuale di apertura della stagione artistica, diventa allora meno una destinazione circoscritta e più un invito a percorrere Bruxelles. Quattro giorni nei quali la capitale belga prova a presentarsi non attraverso una singola manifestazione, ma attraverso la rete di luoghi, artisti e professionisti che ne costituisce quotidianamente la scena contemporanea.


