Con te con tutto, la costruzione di un noi

Dietro la “minor key” di Chiara Camoni c’è la forza della pluralità e del fare insieme. Lo racconta la curatrice Cecilia Canziani, ripercorrendo la nascita di CON TE CON TUTTO tra inclusione, relazioni e monumentalità condivisa

In chiave minore si presenta non tanto il lavoro di Chiara Camoni per il Padiglione Italia della 61esima edizione della Biennale di Venezia, ma un po’ tutta la sua storia. Il suo fare arte, e condividerla, chiamando a farla con lei amici, bambini, la nonna che non c’è più, altri artisti, possibilmente il mondo intero, mi verrebbe da dire. Ma siamo sicuri che tutto questo sia una chiave minore di intendere la vita e l’arte? A me sembra di no. Sembra, piuttosto, una chiave potente, molto solida, sovversiva nella sua pluralità, anche se declinata con dolcezza. E a maggior ragione oggi, in un mondo sempre più piramidale con al vertice una pericolosa singolarità. «Faccio un vaso e faccio il mondo intero», afferma Camoni. E Cecilia Canziani, curatrice del Padiglione Italia, interpreta questa affermazione come la capacità di “costruire mondi a partire da poche cose”. Il fare, che parte da e in chiave minore, e che però si eleva e lavora in alto, molto in alto. Mi viene in mente la serie di Fibonacci cui ricorreva Mario Merz per esprimere questa insaziabile spinta verso l’alto, spinta potente per abbracciare il cosmo. E, di nuovo, non esprime una chiave minore l’operazione curatoriale che sta alla radice di questo Padiglione: «portare in esso lo studio di Chiara, che è un luogo del fare e del pensare insieme, ma anche un mondo di affetti. Abbiamo trasferito lo studio di Chiara a una dimensione installativa dove fossero presenti la storia, la postura di Chiara», racconta Canziani. «Il primo Padiglione Italia che ha anche lavorato sull’accessibilità e l’inclusione», rivendica ancora la curatrice. E, ora che è aperto, popolato da tutte quelle figure fragili e ieratiche insieme, con tutto quel mondo umano e non umano che si offre allo sguardo e alla partecipazione, con tutta la responsabilità di “tenere alta” la nostra bandiera per via dell’assenza di altri artisti italiani in laguna, con quell’idea focale “di te e con tutto”, che ha riscosso consensi e immancabili critiche, sollevato rumor di favoritismi (la presenza di Luca Bertolo, compagno di Camoni, ma prima di tutto bravo artista), facciamo un passo indietro per ripercorrere la genesi di questo lavoro. Cerchiamo di valutarlo non solo per la sua riuscita, ma anche per il significato progettuale e curatoriale, e come esempio di un lavoro condiviso tra artista e curatrice. La parola a Cecilia Canziani.

Come è nata l’idea di CON TE CON TUTTO?

Dalla storia di un’amicizia. Io e Chiara ci siamo conosciute più di 15 anni fa, e ne è nata una scintilla. Ricordo bene il momento, era un ciclo di conferenze sulla pittura curate da Davide Ferri e in particolare quella volta era il turno di Luca Bertolo. Alla fine di questo incontro ho percepito qualcosa di forte verso Chiara. Poi ho conosciuto il suo lavoro, è nata un’amicizia, che si è estesa anche ai nostri figli. E ho cominciato a lavorare con lei, curando, insieme a Ilaria Gianni, una sua mostra alla Nomas Foundation e anche la prima mostra a Iuno, lo spazio che abbiamo aperto io e Ilaria a Roma, era di Chiara. Ci tengo però a sottolineare che ho invitato un’artista a fare il progetto per il Padiglione Italia, non un’amica e che negli anni ho imparato molto da lei.

Raccontaci di più dal tuo punto di vista curatoriale.

Il modo di lavorare di Chiara mi ha suggerito il modo di lavorare nel Padiglione, voglio dire che sono partita dal suo lavoro, dai suoi valori, per elaborare il mio modo di lavorare. Da parte mia ho una storia di lavoro collettivo, che comincia con lo spazio no profit romano 1:1 projects, prosegue con la Fondazione Olivetti e poi con Nomas Foundation, fino a Iuno. E, in un certo senso, questa mia esperienza fa da controcanto al lavoro di Chiara. In lei vedo una persona che ha attraversato la nostra storia dell’arte, ma che possiede la bellezza di aprirsi a delle contaminazioni. Quindi, d’accordo con lei, abbiamo invitato Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli a sviluppare la sezione Dialoghi che, a loro volta, hanno invitato altri artisti di generazioni diverse, come Fausto Melotti, Alberto Martini, Marisa Merz, insieme a Luca Bertolo, Lucia Leuci, Alessandra Spranzi e Bettina Buck, mettendo quindi in relazione il lavoro di Chiara con linguaggi e tempi diversi. E questo è proprio un esempio dell’allargamento del suo metodo di lavoro, sia in senso artistico – ricordo l’esperienza della sua mostra alla GAM di Torino fatta insieme all’Atelier dell’errore – che curatoriale. Il criterio della pluralità si ritrova anche nel public program affidato a Angelika Burtscher e Daniele Lupo (Lungomare) che si articola tra giugno, settembre e ottobre con iniziative progettate in collaborazione con associazioni veneziane, tra cui Arcicoro, Microclima, l’Università Ca’ Foscari, Spazio Punch, lo IUAV, ma anche NABA Roma, l’Università Roma Tre e la Staatliche Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe.

Mi sembra che abbiate scelto di fare un Padiglione modulare, popolato da narrazioni e, direi, epifanie diverse e che, forse per la prima volta, accoglie linguaggi non plastici. È stata anche una scelta per esorcizzare la dimensione dello spazio?

Anche qui la postura di Chiara è stata preziosa, lei ha un senso molto netto dello spazio e io mi sono affidata a lei. La scala umana è capace di tenere lo spazio e, come dice Chiara, la monumentalità si può esprimere anche nelle intenzioni, non solo nelle dimensioni. Non abbiamo lavorato sul gigantismo, ma è chiaro che la sfida rimane perché si tratta di uno spazio complesso. Abbiamo lavorato molto sulle luci e sui colori, l’abbiamo preparato molto, lo spazio, proprio per potervi lavorare introducendovi anche elementi non plastici, come il video commissionato ad Alice Rohrwacher e la corporeità di Annamaria Ajmone, ed è stata una gestione piuttosto complessa. Ma, di contro, abbiamo avuto tantissimo aiuto dalla Biennale e dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea.

Immagino che vi siate sentite addosso gli occhi del mondo.

In realtà sono semplicemente felice, non mi sono mai sentita schiacciata dalla pressione, forse perché sono molto incosciente. Quanto ai commenti sul “Padiglione femminile” non ci ho neanche pensato-non è un elemento di novità rispetto al mio lavoro e alle mie scelte, piuttosto una conferma. Ho cercato di lavorare al meglio con l’artista, tenendo presente il fatto che si tratta di fare una mostra che sta in piedi per sei mesi, visitata per lo più da un pubblico generico. E poi il team, la Scuola del Patrimonio, il Museum of London, il Museo egizio di Torino, ma soprattutto l’associazione ANFASS di Trieste, specializzata per garantire i diritti delle persone con disabilità fisiche e intellettive, hanno collaborato fortemente per rendere accessibile il Padiglione, che era uno dei nostri obiettivi. Non si può essere inclusivi se non si è accessibili.

Mi riferisco però non agli spazi e alla fattibilità di una mostra longeva, ma alla realtà di questa Biennale senza artisti italiani, ad eccezione di Theo Eshetu. Secondo te quali sono le cause di questa assenza?

Se inviti Koyo Kouoh non puoi aspettarti l’attenzione alla nostra realtà nazionale. Penso che questa Biennale ci proponga cose nuove, da cui si può imparare qualcosa di nuovo. Inoltre, la questione identitaria oggi è quanto mai complessa e non penso che rivendicare la presenza di artisti italiani sia la strada giusta. Senza contare che nella mostra internazionale c’è, con un lavoro stupendo, Theo Eshetu, che credo rappresenti nella maniera più bella la nostra identità nazionale che è in cammino e meticcia, da migliaia di anni. Mio padre, nato a Vienna nel 1938 e che, prima di arrivare in Italia, aveva girato mezza Europa, diceva che l’idea di nazione è una sciagura. Detto questo, nel Padiglione Italia abbiamo tanti artisti italiani e non solo italiani. Il bello dell’arte è che politicamente ci possono essere dei conflitti, ma le poetiche possono creare un altro orizzonte. E penso che questa sia una risposta a tutte le polemiche, seppure parziale.

A Paris Internationale Massimiliano Gioni ha curato dei talk che finivano con una domanda di rito: ti senti un’artista italiana e che cosa significa? Ha senso per te questa domanda?

Io mi sento italiana, ma non mi sento costretta ad essere italiana.

Alla luce delle polemiche che questa Biennale ha suscitato e ora che è passato un po’ di tempo, non ti chiedo di schierarti, ma se sei d’accordo con l’idea che l’arte scavalchi i confini e che la politica c’entri ben poco con essa. Te lo chiedo perché è opinione comune, quantomeno del pubblico generico, verso cui credo che gli addetti ai lavori possano proporre un’idea più articolata.

Questa è una domanda che continuo a pormi e alla quale non riesco a dare una risposta definitiva, soprattutto in uno scenario che è in continua involuzione. Di fronte al fallimento delle diplomazie internazionali mi viene da pensare che una manifestazione come la Biennale possa rappresentare, soprattutto se sa accogliere il conflitto, uno spazio di dibattito e riflessione.

Il Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026 ospita CON TE CON TUTTO di Chiara Camoni, a cura di Cecilia Canziani, alle Tese delle Vergini dell’Arsenale di Venezia fino al 22 novembre 2026. Nata a Piacenza nel 1974, l’artista lavora tra scultura, ceramica e pratiche collettive, costruendo ambienti in cui la materia è viva e in costante trasformazione. Le sue opere nascono da processi condivisi e gesti manuali ripetuti, in cui umano, animale e vegetale si intrecciano senza gerarchie. Nel progetto veneziano lo spazio espositivo diventa un organismo attraversabile: presenze in ceramica, oggetti e frammenti invitano a rallentare lo sguardo e a entrare in relazione. Non una sequenza di opere da osservare, ma un ambiente da abitare, dove la materia racconta il tempo e la trasformazione. Al centro, il “con” diventa principio generativo: con gli altri, con le cose, con ciò che muta. In questa prospettiva, l’arte non rappresenta il mondo, ma lo ricompone come spazio di convivenza possibile. / The Italian Pavilion at the 2026 Venice Art Biennale hosts CON TE CON TUTTO by Chiara Camoni, curated by Cecilia Canziani, at the Tese delle Vergini in the Arsenale of Venice until 22 November 2026. Born in Piacenza in 1974, the artist works across sculpture, ceramics and collective practices, creating environments in which matter is alive and in constant transformation. Her works emerge from shared processes and repetitive manual gestures, where the human, animal and vegetal realms intertwine without hierarchy. In the Venetian project, the exhibition space becomes an inhabitable organism: ceramic presences, objects and fragments invite viewers to slow down and enter into relation. Not a sequence of works to be observed, but an environment to dwell in, where matter expresses time and transformation. At its core, the idea of the “with” becomes a generative principle: with others, with things, with change. In this perspective, art does not represent the world, but reconfigures it as a possible space of coexistence.