Intervista a Leandro Erlich: a Colle di Val d’Elsa la sabbia diventa materia del tempo

Leandro Erlich ha installato tre opere di sabbia che dialogano con il paesaggio storico toscano. Oltre all'artista, ha racconto l'intervento anche il presidente di Associazione Arte Continua, che ha promosso il progetto

A Colle di Val d’Elsa sono comparse, sotto gli archi del ponte di San Francesco, opere di sabbia che sembrano sospese nel tempo: sono tre installazioni realizzate da Leandro Erlich, noto per i suoi lavori capaci di mettere in crisi la propria percezione e ridefinire il rapporto tra spettatore e spazio. L’artista argentino è riconosciuto a livello internazionale e le sue creazioni sono esposte in diverse istituzioni di primo piano, dal Tate Modern di Londra al Centre Pompidou di Parigi.

Visitabile fino al mese di ottobre, il progetto, che si sviluppa nell’ambito di Le città del futuro, è ideato e organizzato da Associazione Arte Continua, realtà attiva dal 1990 sul territorio toscano nella promozione dell’arte pubblica e nel dialogo tra artisti e comunità, guidata dal presidente Mario Cristiani. Le opere si inseriscono nel contesto di UMoCA – Under Museum of Contemporary Art, un progetto inaugurato nel 2001 daCai Guo-Qiang, rafforzando una visione dell’arte come esperienza condivisa e accessibile. A parlarci dell’iniziativa è stato lo stesso artista, che ha spiegato le intenzioni dell’opera e l’impatto del luogo sulla sua ricerca.

Come si inserisce Sotto gli Archi del Tempo all’interno della sua produzione artistica?

«Sotto gli Archi del Tempo si inserisce in una linea di ricerca che attraversa gran parte della mia produzione: il rapporto tra architettura, percezione e tempo. Molte delle mie opere partono da strutture riconoscibili — una facciata, una piscina, una scala, una casa, una strada — per spostarne il senso e trasformarle in scenari di un’esperienza ambigua».

Perché la scelta della sabbia come materiale artistico?

«In questo caso, la sabbia appare come un materiale carico di memoria e fragilità. È una materia elementare, quasi primitiva, ma è anche una misura del tempo. La sabbia rimanda alla clessidra, all’erosione, alle rovine, a ciò che si trasforma lentamente. Mi interessava lavorare con un materiale che non sembrasse imporsi sul luogo, ma che emergesse quasi come un accumulo del tempo stesso. La sabbia possiede inoltre una condizione paradossale: sembra fragile, instabile, destinata a disperdersi, ma allo stesso tempo è una delle materie più persistenti del mondo. In questa tensione tra l’effimero e il permanente si trova il nucleo dell’opera».

Lei ha lavora in contesti urbani molto diversi, tra Parigi, Buenos Aires e Montevideo: in che modo un paesaggio come Colle di Val d’Elsa ha ispirato l’opera?

«Colle Val d’Elsa ha una presenza molto particolare. Non è soltanto un paesaggio urbano o storico, è un luogo in cui gli strati del tempo sono estremamente visibili. La città conserva tracce medievali, architetture di epoche diverse, passaggi, muri, dislivelli. Tutto sembra parlare di una continuità tra passato e presente: l’opera nasce da questa percezione. Non volevo introdurre un oggetto estraneo o autonomo, ma creare un’immagine capace di dialogare con la memoria del luogo. Gli archi, la pietra, il modo in cui la città viene attraversata camminando, sono stati elementi fondamentali nel pensare l’installazione. A Colle Val d’Elsa il tempo non si percepisce come un’astrazione, ma come una materia. La sabbia mi ha permesso di prolungare questa sensazione: come se il tempo si fosse depositato lì, sotto gli archi, trasformandosi in una presenza silenziosa».

L’opera non dialoga solo con il paesaggio, ma anche con le persone che lo frequentano. Qual è per lei il valore dell’arte pubblica?

«L’arte pubblica ha la possibilità di incontrare persone che non hanno necessariamente deciso di entrare in un museo. Appare nel percorso quotidiano, nello spazio condiviso, e per questo stabilisce un rapporto diverso con lo spettatore. Non richiede una preparazione preliminare: propone un’interruzione, una domanda, una piccola alterazione della percezione abituale. Mi interessa che un’opera pubblica non sia semplicemente collocato in un luogo, ma che sia capace di modificare il modo in cui quel luogo viene vissuto. Nei miei lavori il pubblico ha spesso un ruolo attivo: non si limita a guardare l’opera, ma la completa con la propria presenza, il proprio movimento, la propria immaginazione. In questo caso, inoltre, ho creato anche una sabbiera, uno spazio dove i bambini possono giocare e realizzare le proprie costruzioni. I bambini lavorano con la sabbia in modo spontaneo, costruiscono e distruggono, immaginano forme che scompaiono e ricominciano. Questa esperienza dialoga profondamente con il senso dell’installazione: la transitorietà, la fragilità e la possibilità permanente di ricominciare».

Il lavoro rientra nel programma Le città del futuro: che idea di futuro emerge da un’opera che riflette sulla transitorietà delle cose?

«Credo che pensare il futuro non significhi soltanto immaginare tecnologie o nuove forme di urbanistica. Implica anche chiederci come convivremo con la memoria, con la trasformazione e con la fragilità di ciò che costruiamo. Un’opera che parla della transitorietà non propone necessariamente una visione pessimistica del futuro, al contrario, ci ricorda che tutto è in processo: le città, i legami, i materiali, le idee. Se nulla è completamente fissato, il transitorio può essere una forma di apertura: in questo senso, Sotto gli Archi del Tempo propone un’idea di futuro legata alla consapevolezza. Un domani più attento alle tracce, ai ritmi lenti, al rapporto tra natura e cultura. Di fronte a un’epoca che spesso associa il futuro alla velocità e alla sostituzione, l’opera invita a pensare alla durata, alla trasformazione e alla responsabilità di preservare senza congelare. Il futuro, forse, non è soltanto ciò che viene dopo, ma anche il modo in cui impariamo a guardare ciò che, cambiando, permane».

Mario Cristiani, presidente dell’Associazione Arte Continua, ci ha parlato invece del rapporto tra artista, luogo e comunità, riflettendo sul senso di portare l’arte fuori dalle situazioni dove ci aspettiamo di trovarla.

Come nasce l’idea di invitare Leandro Erlich a Colle di Val d’Elsa per Sotto gli Archi del Tempo?

«Conosco il lavoro di Erlich da diversi anni, ed è un artista che esprime in modo molto forte il rapporto tra arte e architettura, giocando con la percezione e la partecipazione delle persone: sono tematiche che mi interessano molto personalmente, sono il motivo per cui faccio questo lavoro. Mi sembrava l’artista che potesse creare qualche cosa all’incrocio di tutti questi punti: l’architettura, il tempo, la riflessione su cosa rimane di quello che viene fatto e cos’è quello che stiamo facendo adesso. Inoltre ci siamo chiesti come rendere l’arte visibile a tutti, anche a persone a cui magari di arte non importa niente ma che avendo sotto gli occhi un’opera si possono domandare dove sono, qual è il motivo per cui ha senso fare delle opere d’arte e perché una persona può interessarsi all’arte. Quindi Leandro Erlich mi sembrava un artista che potesse dare delle sollecitazioni in questo senso, e arrivare anche alle persone che non sono proprie del mondo artistico».

In che modo Sotto gli archi del tempo riflette la missione dell’Associazione Arte Continua?

«Quello che l’associazione cerca di fare è avvicinare il mondo dell’artista al contesto: lavorare con un ponte che ha ottocento anni di storia e una città che ne ha mille, è uno stimolo e una sfida per l’artista, ma anche per l’opera che deve sopravvivere in posti che non sono dedicati a metterla in luce. È una doppia partita in cui bisogna mantenere una certa forza di presenza: quello che è importante è che le persone che si avvicinano a queste opere si facciano delle domande, si chiedano perché c’è un artista che viene dall’Argentina fino a Colle Val D’Elsa».

Qual è il valore di esporre un’opera nel paesaggio particolare di Colle di Val d’Elsa?

«È un territorio specifico, ma ha connotati che vanno oltre. Benchè Colle Val d’Elsa non sia una città turistica, ci girano persone da tante parti del mondo: è un luogo ideal-tipico in un certo senso. Sono trent’anni che facciamo progetti nella zona, ed è importante imporsi di far arrivare l’arte dove altrimenti non potrebbe; in un’epoca in cui tutto diventa impersonale, immateriale, distante e che viaggia solo digitalmente, ci chiediamo come fare a rendere vive e vivaci cose che altrimenti sembrano delle storie inventate. L’esperienza fisica anche in posti improbabili forse è una via d’uscita da questo momento di alienazione a cui può portare questo mondo tecnologico. Cioè, si ha bisogno del tecnologico, ma se ne ha anche, forse di più, di qualcosa che ti fa capire se quello che vedi digitalmente è vero o falso. Andare in luoghi del genere, come Colle Val d’Elsa, testimonia l’impegno dell’artista e di chi crede nell’arte, perché andare nei posti dove son tutti d’accordo è meno difficile: devi metterti in discussione per far capire qualcosa».

Qual è per lei l’importanza di esporre oggi un’opera in uno spazio pubblico?

«Per me rappresenta una questione di libertà. La libertà individuale nasce dagli artisti, che aprono un varco con chi ha un potere politico e economico: l’artista rimane un po’ in mezzo, ma apre uno squarcio. E questo varco della libertà individuale per me vuol dire che se l’opera è lì, e ci vai di notte, da solo, tu la vedi ugualmente, non devi chiedere a qualcuno il permesso di entrare e vederla. È una posizione in cui non devi sentire obblighi, senza la devozione per qualcuno che ha potere su di te: l’artista e l’associazione dopo l’inaugurazione scompaiono dalla scena, e al visitatore piace semplicemente quello che vede. Si nutre dell’aiuto di qualcun altro, ma poi il sentimento diventa una sua libertà».

Questa fiducia riposta nello spettatore è mai stata tradita?

«Sarà anche stata tradita, la libertà è anche quella. Gli artisti oltre al riconoscimento dalla comunità internazionale dell’arte hanno anche un valore economico, e se viene esposto qualcosa di poco valore, la perdita è minore se viene distrutto. Ognuno poi ha la sua misura del valore: quando sono andato a fare un progetto con Anish Kapoor a Latronico, in Basilicata, un paese di cinquemila abitanti, abbiamo collaborato con i lavoratori delle dighe e dei sistemi fognari. Quando gli ho detto i prezzi di un’opera di Kapoor hanno subito riconosciuto il valore dell’artista: ognuno misura le cose in base a quello che conosce, e chi le propone si deve preoccupare di portare argomenti comprensibili al grande intellettuale e a chiunque altro abbia davanti. Bisogna cercare i punti di coincidenza dove al valore culturale e spirituale si somma un riconoscimento anche economico. Trovare un modo per cui quello che è nello spazio pubblico non è senza valore perché è di tutti, ma ha valore per ognuno. Se uno poi la tradisce, se non gli piace l’opera ma non la distrugge, per me va benissimo, non tutto deve piacere. Ma se il rispetto per l’arte pubblica non c’è, va costruito piano piano».