Un cinema umano e consapevole nelle parole di Francesco Ranieri Martinotti

Alla vigilia della XVII edizione del festival France Odeon, il direttore artistico ci parla di un'arte che continua a reinventarsi senza perdere la propria identità

Giunto alla sua XVII edizione, France Odeon si consolida come uno dei più autorevoli appuntamenti dedicati al cinema francese in Italia. Un festival che non solo celebra il meglio della produzione contemporanea, ma che affonda le sue radici in una tradizione lunga quarant’anni, iniziata con France Cinéma. In questa continuità, Firenze si conferma ancora una volta crocevia della cultura europea, luogo privilegiato di arte e bellezza dove l’esperienza visiva stessa diventa metafora di un mondo che non bisogna avere il timore di attraversare. Nel corso di un momento storico segnato da profonde trasformazioni culturali e sociali, la manifestazione diretta da Francesco Ranieri Martinotti continua a distinguersi, affrontando egregiamente l’urgenza di difendere l’arte dalla minaccia di un’omologazione creativa alimentata da tecnologie che rielaborano, ma non inventano. Così, France Odeon è anche e soprattutto un luogo fisico, reale, di incontro e di scambio. In un’epoca in cui la visione dei film è spesso confinata agli schermi domestici, frammentata tra notifiche e distrazioni, qui si riafferma il valore insostituibile del cinema come esperienza collettiva e condivisa, chiudendo la porta al rumore quotidiano per aprirsi a un altrove, insieme ad altri.

Come immagina France Odeon nei prossimi anni?

Quest’anno il festival si svolge sotto una costellazione speciale, che rappresenta un passaggio di epoca. L’era segnata dal nome France Odeon non è in realtà separata da quella che l’ha preceduta, France Cinéma, ma ne è la naturale prosecuzione. Insieme, queste due fasi delineano una continuità assoluta che fa di questo evento un punto fermo nella vita culturale della città. Da quarant’anni infatti, Firenze ospita un festival dedicato al cinema francese, il più antico e longevo del suo genere in Italia. E non è un caso che tutto questo accada qui: il capoluogo toscano all’inizio del Novecento, ha accolto il primo Istituto Francese al mondo, a conferma di un legame profondo e duraturo con la cultura, la lingua, l’arte e ovviamente il cinema. Questo solido radicamento è il piedistallo da cui guardare al futuro. Un futuro che si prospetta denso di prove, ma anche di opportunità, soprattutto perché oggi il cinema (come tutte le forme creative) si trova di fronte a un cambiamento radicale, quello portato dall’intelligenza artificiale. La prima vera sfida sarà proprio questa: affrontare un’innovazione che rischia di omologare le opere e impoverire l’offerta culturale, penalizzando le espressioni più autentiche e originali.

L’arte, per sua natura, nasce dall’ispirazione, dall’estro, dalla follia creativa del cervello umano, non da un algoritmo che si basa sulle sue esigenze avendo divorato in maniera illegittima il patrimonio artistico culturale captato dalla rete. L’intelligenza artificiale, infatti, non crea: rielabora. E lo fa sulla base di un’immensa quantità di dati, spesso raccolti senza consenso, saccheggiando le informazioni disponibili online. È come se un ladro entrasse in cento appartamenti e, rubando un oggetto insignificante da ciascuno, ne ricavasse un ‘tesoretto’. Un tesoretto che non ha valore autentico, perché non è frutto di un percorso artistico, ma di una sottrazione sistematica. Così avviene per le piattaforme di IA generativa, che sono frutto di furti di elementi creativi sottratti per fare machine learning. Il compito che ci attende, allora, è distinguere tra opere originali e opere omologate, tra creatività autentica e prodotti generati artificialmente, seppur rielaborati in maniera raffinata.

A Firenze, dove arte e cultura hanno trovato da sempre terreno fertile, in che modo si intrecciano la tradizione del luogo e la vocazione europea di France Odeon?

Firenze è una città che ha rappresentato l’essenza stessa del bello: con gli Uffizi, l’Arno, i monumenti e le piazze del Rinascimento, è stata il luogo dove, da ogni parte del mondo, si arrivava con l’intento di capire cosa l’umanità avesse saputo immaginare attraverso l’arte per rendere la vita più sopportabile, più viva, in confronto alla morte e alle difficoltà dell’esistenza. Questo ruolo lo ha da sempre, e avere la possibilità di lavorare nel campo culturale di uno spazio così è un privilegio ma anche una responsabilità, data dalla tradizione e dalla storia che possiede. Sono passati secoli, il mondo è cambiato, ma ancora oggi da ogni parte del mondo si continua a visitare il gioiello toscano, attratti da qualcosa che altrove non si trova, una concentrazione unica di arte, di pensiero, di bellezza. Nel nostro piccolo, portare avanti un lavoro attraverso il cinema, che faccia da ponte tra tale bellezza e chi desidera avvicinarsi ad essa è qualcosa che ci appassiona profondamente. E sentiamo il dovere di farlo con cura, consapevoli della forza simbolica e culturale che questa città continua ad avere a livello internazionale.

La programmazione 2025 alterna titoli ad alto contenuto artistico e sociale a opere più iconiche del passato. C’è una linea curatoriale che guida queste scelte, un’idea di cinema che lei desidera trasmettere al pubblico?

Mentre nella precedente stagione di France Cinéma, Aldo Tassone abbinava ai film contemporanei dell’anno, un retrospettiva importantissima (penso alla rassegne su Louis Malle, su Truffaut, sulla Nouvelle Vague), il festival attuale è orientato sul cinema contemporaneo con prime di film prodotti dell’anno e l’inserimento di omaggi, come lo scorso anno ad Alain Delon e ora a Claudia Cardinale con Les pétroleuses di Christian-Jaque. In questo caso, si tratta di una pellicola poco conosciuta, ma leggera, spensierata e che rappresenta tutta la freschezza e l’energia di Cardinale. Inoltre, questa edizione si arricchisce con una serie di film selezionati nel 2025 che erano al festival di Cannes, come L’inconnu de la Grande Arche di Stéphane Demoustier introdotto dall’architetto Massimiliano Fuksas, o al Festival del Cinema di Venezia, mentre altre proiezioni sono del tutto inedite per l’Italia.

Abbiamo persino l’onore di ospitare un’anteprima mondiale: sembra quasi incredibile che un festival di dimensioni così contenute come il nostro sia riuscito a conquistare una tale fiducia e credibilità da parte dei francesi, al punto da affidarci il lancio in prima visione di un loro film, C’est quoi l’amour di Fabien Gorgeart. Ci sarà poi una proiezione sull’intelligenza artificiale, Dalloway di di Yann Gozlan con con Cécile de France, che è anche spunto di riflessione sul nostro convegno sull’IA che faremo il 31 ottobre – I.A. generativa: etica e legalità per uno sviluppo sostenibile – realizzata con il sostegno della SIAE E SACD e a cui parteciperà anche una ricercatrice francese di rilevanza internazionale, Juana Torres dell’INRIA di Parigi.

Importante poi anche la presentazione del libro Carnets d’Ukraine del premio Oscar Michel Hazanavicius, mentre tra gli eventi segnalo, Scritture: Le Mage du Kremlin – dal romanzo al film, durante il quale saranno presenti lo scrittore‑giornalista Giuliano da Empoli, il regista Olivier Assayas e lo scrittore‑regista Emmanuel Carrère, moderati da Ritanna Armeni. L’incontro offrirà una riflessione sul processo di trasformazione: da idea, a parola, a immagine. Il ricchissimo palinsesto è ovviamente contornato da una giuria straordinaria che, come di consuetudine, si occupa di assegnare i premi del festival: il regista Antonio Piazza, l’attrice Celeste Dalla Porta e il compositore musicale Colapesce.

Il festival è anche un luogo di incontro tra professionisti, pensatori e pubblico: quanto è importante oggi, in un’epoca di fruizione sempre più individuale e digitale, creare momenti di presenza fisica e dialogo condiviso intorno al cinema?

Che sia importante sono rimaste poche generazioni a saperlo, perchè le altre, abituate a guardare film sui device purtroppo non se ne rendono conto. Metaforicamente, è come quando si dà un primo bacio erotico: unire le bocche in un’esperienza nuova che ti introduce all’età adulta, è qualcosa di cui non comprendi subito la forza ed è imprescindibile la presenza di qualcuno che te la faccia apprezzare. Le generazioni che hanno conoscenza delle visioni sul grande schermo, devono avere gli strumenti per spiegare a chi rimane, quanto sia bello e potente chiudersi in una sala buia senza cellulari, immergendosi in una visione che assorbe e fagocita portandoti in un’altra dimensione. Ora i grossi investimenti tendono a pubblicizzare le piattaforme di streaming, quindi in realtà si tratta di una battaglia purtroppo molto sproporzionata: i nuovi linguaggi individualisti e solitari contro modalità collettive meno usuali in questo momento.