Da tempo Antonello Ferrara, fotografo pugliese d’origine ma siciliano d’adozione, utilizza il linguaggio fotografico come piattaforma di sperimentazioni e trasfigurazioni, usando la tecnica, come lunghe esposizioni o filtri autoprodotti, per donare alle proprie immagini una maggiore visionarietà ed emozione. Da questo approccio, infatti, nasce anche il suo ultimo progetto Eehh?, una trasposizione visiva di uno stato di salute di Antonello che ha intaccato il suo fisico ma contemporaneamente anche il suo equilibrio interiore. Questo lavoro è stato, quindi, per lui, una forma espressiva e anche la cura del suo problema.
Abbiamo intervistato l’autore per farci raccontare qualcosa di più del suo progetto.

Come definiresti il tuo modo di intendere la fotografia?
Per me la fotografia è, prima di tutto, uno strumento terapeutico. L’atto di fotografare è salvifico per la mia psiche. Cerco di fotografare avendo fortemente presente lo stato emotivo in cui mi trovo. Provo, non sempre ci riesco, a far emergere dalle foto le emozioni e i sentimenti. A quel punto, fotografare diventa una ricerca interiore e, alla fine, non mi interessa raccontare ciò che vedo, ma ciò che sento.
Il titolo del tuo ultimo progetto Eehh? è un titolo curioso. A cosa fa riferimento?
Sono pessimo nel dare i titoli ai miei lavori, di solito faccio un brainstorming con mia moglie e con gli amici. In questo caso ho cercato un titolo che incuriosisse, ma che al tempo stesso raccontasse il costante stato d’animo di chi non sente. Il non sentire è una condizione più comune di quanto si possa pensare.
Chi ha problemi di udito, nei luoghi rumorosi, si sente come in una bolla di isolamento. Eehh? è la domanda che rimane dentro e che, per pudore, non si fa. Ci si sente un po’ idioti a far ripetere ai propri interlocutori ciò che hanno detto.
Come sei riuscito a rendere trasmissibile visivamente un problema di percezione uditiva?
Mi sono chiesto cosa volessi raccontare quando ho iniziato il progetto. La perdita di parte dell’udito è stata per me un passaggio repentino, una questione di ore, oltre che un grande shock. Inoltre, per un mese ho perso il senso dell’equilibrio. Su prescrizione dei medici, una parte della terapia per recuperarlo prevedeva lunghe camminate su fondi irregolari. La sabbia è perfetta per questa terapia. Così, per un mese, ho camminato in spiaggia per almeno tre ore al giorno. È stato bello, ma anche noioso, quindi dal secondo giorno mi sono portato la macchina fotografica.

Al mare, a settembre, ho realizzato quanto fossi solo in quella spiaggia. Non sentivo le persone che camminavano o parlavano. Escluso dalla socialità. In quei giorni era tutto ovattato. Speravo anche di essere un po’ invisibile e per assurdo la macchina fotografica mi aiutava a esserlo. Le persone da ritrarre erano più veloci di me, fotografarle era un’azione complessa, ma mi aiutava nella ricerca di un nuovo equilibrio.
Per trasmettere quel senso di isolamento generato dalla mia condizione di salute non ho scattato a raffica e ho utilizzato tempi lunghi, di solito superiori al secondo. Davanti al mio obbiettivo ho inserito, poi, un filtro a lastra che abbatte di dieci stop la luce, oltre a dei filtri di gelatina da me prodotti che mi aiutano a ripercorrere la stessa emozione che avevo da bambino con la mia prima macchina fotografica. Fotografando, parlo con il bambino che c’è in me, un ragazzino piuttosto solo, un po’ triste e noioso, e gli dico che va tutto bene, che ciò che vede è un valore e non un senso di colpa.
Le immagini dei paesaggi marini sono state rielaborate con l’aggiunta di un ulteriore elemento visivo che funge da contenitore, spesso, della figura umana. Cosa rappresenta e come si inserisce nella progettualità del tuo lavoro?
Quell’elemento vuole sottolineare l’isolamento e l’assenza del suono, incapsulando il soggetto che avrei voluto ascoltare. Nel concreto, altro non è che la foto di un pezzo di muro della casa di mio padre, l’uomo più solo che io conosca, che ho aggiunto nell’immagine tramite la postproduzione. Nella veste espositiva del progetto – per le mostre fatte in occasione del circuito OFF ad Arles, al Ragusa Photo Festival e al Praga Photo – ho reso questo elemento aggiunto tramite la materialità di un pezzo di carta cotone giapponese, di quella utilizzata per riparare tele e libri, incollandolo sopra all’immagine stampata. Per me è un atto fisico importante.

Questo tuo lavoro è stato stimolato da una tua condizione personale, ma quali sono le influenze artistiche o fotografiche che ti hanno permesso di svilupparlo?
Sono stato influenzato, in primo luogo, dalla passione dei miei familiari per la pittura, crescendo con il mito dello zio pittore. Zio Nuccio Jacobelli era un grande paesaggista, con uno stile che ricorda i macchiaioli. Quello che ammiravo era la sua assoluta devozione alla pittura. Un padre di famiglia che lascia il proprio posto di lavoro sicuro per dedicarsi alla pittura mi ha fatto comprendere quanta dedizione bisogna avere nei confronti dell’arte. Una passione che ha influenzato moltissimo anche mia madre e in parte anche una delle mie sorelle.
Io non ero bravo nel disegno e quindi da bambino ho chiesto una macchina fotografica per avvicinarmi all’arte. Fino a vent’anni ho fotografato, poi il lavoro non me ne ha dato più lo spazio né il tempo. Solo da adulto ho deciso di riprendere in mano la macchina fotografica. Ho avuto la fortuna di partecipare a un percorso formativo presso il Centro Sperimentale di Fotografia “Ansel Adams”, dove ho incontrato il fotografo ceco Miroslav Tichý. È un autore meraviglioso che mi ha fatto rivedere il mio sguardo con gli occhi di un bambino. Il suo linguaggio e stile fotografico influenzano tanto la mia fotografia, anche più dei quadri dei miei parenti.
L’effetto “sfumato” della corrente pittorialista può essere un riferimento corretto nella lettura delle tue immagini?
Alle volte mi sento accusato di “pittorialismo”. Non è così. Il pittorialismo è una forma estetica di riproduzione fotografica della realtà che ricorda la pittura. Il più bel complimento che si possa fare a un pittorialista è che le sue foto sembrano dei dipinti. Chi mi fa un commento di questo genere mi ferisce, perché penso di aver realizzato una fotografia che non ha comunicato bene i contenuti, che non ha generato un trasporto emotivo.



