L’enfant prodige, il rampollo d’oro, il visionario. Sono solo alcuni dei nomi con cui è stato chiamato per anni il mercante d’arte Inigo Philbrick. Americano d’origine, studia negli anni dell’università a Londra alla Goldsmiths, muovendo i primi passi nella galleria White Cube, dove entra sotto le ali del proprietario Jay Jopling che intuisce subito il talento e il fiuto per gli affari dell’allora ventenne.
Col tempo il brillante Philbrick, acquisendo accesso a collezionisti e opere di mercato secondario (proprio dove White Cube mirava a espandersi) e impressionando tutti con la propria precocità e ambizione, attira l’attenzione del mondo dell’arte. Occhi come quelli di Larry Gagosian, Kenny Schachter e direttori di Christies e Sotheby’s lo scrutano curiosi. Nel 2010, alla giovane età di 23 anni inaugura con l’aiuto di Jopling, una galleria a suo nome nel centro di Mayfair, il cuore del mondo dell’arte di Londra.

Inizia così una vita di sfarzo: jet privati, vini pregiati, e orologi da centinaia di migliaia di sterline. Dietro questa immagine scintillante del giovane mercante, però, si nasconde la più grande frode nel mondo dell’arte conosciuta finora. La sua spietata ambizione lo trasforma in uno scrupoloso imbroglione, conoscitore raffinatissimo dell’arte ma soprattutto maestro della truffa. Tra il 2016 e il 2019, Philbrick mette in piedi un sistema di raggiri basato su falsi contratti, vendite multiple delle stesse opere e prestiti ottenuti dando in garanzia quadri che non gli appartengono più. In alcuni casi arriva persino a vendere oltre il 100% della proprietà di un singolo dipinto a diversi investitori. A favorirlo è stata l’opacità strutturale del mercato dell’arte, dove autenticità delle opere e titolarità giuridica delle stesse non sono sempre facili da verificare.

La sua rete di menzogne e questo elaborato schema Ponzi crolla soltanto quando gli investitori iniziano a reclamare i loro quadri. Decisivo l’episodio all’asta di un quadro di Rudolph Stingel (untitled 2009), quando più compratori contemporaneamente ne rivendicarono la proprietà vendutagli da Inigo. Il suo castello di artifici comincia a scricchiolare e così, nel settembre 2019, scompare all’improvviso.
Viene ritrovato nel 2020 e arrestato da agenti delle forze dell’ordine statunitensi nell’isola del Pacifico di Vanuatu, un paradiso fiscale a malapena visibile sulla mappa. L’ex golden boy del mondo dell’arte si è dichiarato colpevole nel 2022 di aver truffato i suoi acquirenti per oltre 86 milioni di dollari ed è stato condannato a sette anni di carcere. Tuttavia, dopo meno di due anni, è stato trasferito agli arresti domiciliari, una decisione che ha suscitato indignazione tra i creditori.

La sua vicenda è oggi raccontata dal documentario appena uscito della BBC The Great Art Fraud. La serie include interviste a protagonisti del settore, a Philbrick e alla moglie Victoria Baker-Harber, ricostruendo la truffa e le sue conseguenze. Il paragone con Jordan Belfort, il “lupo di Wall Street”, è inevitabile: entrambi hanno costruito fortune sull’inganno, vissuto nell’eccesso e scontato pene detentive per poi reinventarsi come personaggi mediatici. Questo apre un dilemma: la narrazione mediatica rischia di trasformare i truffatori in celebrità più che in moniti. Philbrick, dal canto suo, non nasconde le ambizioni: «Ero un grande mercante d’arte e voglio tornare a esserlo», ha dichiarato. Parole che dividono il mondo dell’arte tra chi lo considera irrecuperabile e chi, qualora restituisse i soldi, non esclude un suo ritorno.
Resta dunque l’interrogativo: la sua vicenda sarà ricordata come un monito contro l’opacità del mercato dell’arte, o come l’ennesima prova che, nel mondo dei grandi capitali, il prezzo del crimine può essere sorprendentemente basso?


