Quindici anni lontano dalla propria città non cancellano il legame con le proprie radici, soprattutto quando queste coincidono con il luogo in cui si è formata una sensibilità artistica destinata a durare nel tempo. Ancora nel pieno di una carriera pittorica da un lato celebre per le vedute urbane, ma che dall’altro ha raccolto lungo il percorso i soggetti più diversi, Alessandro Russo ha da poco fatto ritorno nella sua città natale, Catanzaro, con una nuova mostra. A ospitarla è stato il Marca, dove l’artista calabrese ha riportato un insieme delle sue opere in cui Marco Meneguzzo, il curatore della rassegna, ha rintracciato la “bellezza della rovina”. Di tutto questo ci ha parlato lo stesso Alessandro Russo, dalle linee di ricerca fino alle prospettive future e alla recente pubblicazione di un catalogo.


Mancava dal Marca di Catanzaro da quindici anni. Qual era stata l’ultima occasione espositiva?
Sì, non esponevo nella mia città, per l’appunto Catanzaro, dalla primavera del 2011, anno in cui si riaprì al pubblico il restaurato Complesso Monumentale di San Giovanni. In quella occasione la mostra, che contava ben cento opere, fu realizzata dall’amministrazione comunale e dalla Fondazione Rocco Guglielmo, che curò in ogni dettaglio l’esposizione.
Nel catalogo pubblicato di recente il curatore della sua mostra nello spazio calabrese, Marco Meneguzzo, ha sottolineato come ci sia una differenza tra il “cosa si guarda” e il “come si guarda”. Cosa accade se si osserva il contemporaneo attraverso una pittura che lo stesso Meneguzzo definisce “tradizionale”?
Premetto che quando si sceglie di usare la pittura in realtà si tratta sempre di un fatto tradizionale, a prescindere dalla differenza tra il “cosa si guarda” e il “come”. È vero però che i tagli, i punti di vista, le vedute aeree e le prospettive sono completamente nuove, per non parlare degli edifici, delle automobili, dei semafori, delle strisce sull’asfalto grigio o nero. C’è da aggiungere che il modo linguistico della pittura non può che essere stato fatto da un artista che ha studiato Duchamp, Picasso e la pittura aniconica americana ed europea, ma che soprattutto abbia capito che le avanguardie del secondo Novecento hanno completato le dialettiche del loro tempo.
Della sua produzione sono celebri le “vedute”. Che ruolo ha avuto Milano in questa pratica?
Milano è una città stimolante e mi ha dato la possibilità di continuare a dipingere le città contemporanee che amo molto, non per illustrarle ma per caratterizzarle secondo un certo punto di vista che ha sempre influenzato il mio linguaggio. Negli anni sono cambiati i soggetti ma i contenuti sono sempre gli stessi.

La veduta implica uno sguardo. La sua produzione osserva diversi soggetti e si muove – come sottolinea ancora Meneguzzo – in maniera agile tra i generi, facendo emergere la “bellezza della rovina”. Dai Porti ai Comizi, qual è il suo sguardo sul mondo?
I soggetti sono un pretesto e si muovono nei generi più storici della pittura, ma sempre con l’attenzione verso una ricerca propositiva e di qualità.
Le antologie impongono un bilancio, ma chiamano anche prospettive future. Alla luce della sua recente pubblicazione, quali sono le sue prossime linee di ricerca?
Sono più di cinquanta gli anni che ho dedicato al mio lavoro artistico e circa quaranta all’insegnamento nelle accademie di belle arti. Tra queste, ho completato la mia carriera nella prestigiosa Accademia di Brera. Devo confessare che non ho ancora fatto un bilancio, però credo che orienterò i miei progetti futuri verso l’approfondimento e lo sviluppo della mia produzione, dal postindustriale ai porti e ai ritratti sarcastici, ma anche della recovery art, che mi sta sempre più portando verso soluzioni aniconiche.



