Fino al 30 settembre 2025 sarà visitabile Spirito Sangue, personale dell’artista tarantino Lorenzo Montinaro. Le sue opere si inseriscono nella Basilica di San Cataldo in punta di piedi, nel rispetto per il contesto religioso, ma sollevando delicate questioni sui concetti di morte, tempo e vanitas, luce e ombra, peccato, attrazione e tentazione, vissuto personale e memoria collettiva. La loro presenza si fa, a tratti, camaleontica e interstiziale, a tratti muscolare e vibrante. Siamo in una “città di pietra, polvere e aria densa” che “porta il peso di vite che si dissolvono senza lasciare traccia”, come scrive la curatrice Maria Abramenko. E se per Montinaro quella cancellazione che per Emilio Isgrò diventa strumento poetico consiste invece in erosione e tessuto cicatriziale, allora le lettere che restano sulle epigrafi non sono solo frammenti, ma veicoli e nodi di una nuova scrittura. Abbiamo incontrato l’artista e abbiamo riflettuto insieme sulle radici dell’esposizione.

Cosa significa per te fare una personale nella cattedrale della tua città d’origine?
Esporre nella cattedrale della mia città significa tornare alle origini, non come un ritorno nostalgico, ma come un confronto con la verticalità del sacro. La cattedrale è un ventre di pietra che custodisce memorie secolari, un luogo dove la comunità ha da sempre elaborato il dolore e la speranza. Per me è come incidere un segno ulteriore in una stratificazione millenaria: portare il mio lavoro lì equivale a dialogare con le generazioni passate e future. È un atto di intimità e di esposizione radicale, dove la mia ricerca incontra il silenzio di chi è venuto prima.
Com’è nata l’idea di questa mostra con Don Emanuele Ferro?
L’idea è nata da una serie di dialoghi autentici, non tanto progettuali quanto spirituali. Con Don Emanuele abbiamo condiviso riflessioni sul senso della morte, del rito, del corpo. È stato un incontro raro, perché ha permesso di far convivere il linguaggio dell’arte con quello della teologia, entrambi interrogativi più che risolutivi. La mostra è scaturita da questa tensione: non tanto come risposta, ma come domanda incarnata nello spazio sacro.
Quali sono le opere che secondo te più rappresentano la mostra e perché hai deciso di intitolarla Spirito Sangue?
Le opere che emergono maggiormente sono quelle che uniscono l’elemento minerale e quello organico: le lapidi scalpellate, le teche che custodiscono reliquie immaginate, le presenze animali tassidermizzate che diventano simboli. Spirito Sangue nasce dall’idea che non esiste spiritualità senza incarnazione, e che non c’è carne senza memoria di spirito. È una dicotomia solo apparente: lo spirito è sangue che arde e il sangue, a sua volta, è spirito che si fa visibile.
Perché il concetto della morte è così importante per un artista e soprattutto cosa significa nel tuo caso?
La morte non è un tema: è la condizione di possibilità di ogni creazione. Nel mio lavoro, la morte non è mai macabra ma è il luogo del limite, il confine che ci ricorda la misura della vita. Come scriveva Blanchot, l’arte nasce dal rapporto con ciò che non può essere posseduto. Per me la morte è una soglia: non il nulla, ma un vuoto fertile che chiama alla forma, al gesto, alla memoria.

Perché c’è un ritorno al tema della vanitas declinato in maniera contemporanea, secondo te?
La nostra epoca, che celebra la velocità e il consumo, ha bisogno più che mai di vanitas. Non come monito moralistico, ma come spazio di meditazione. L’arte contemporanea torna alla vanitas perché sente la necessità di rallentare, di sospendere il tempo. Io stesso cerco di declinarla non in chiave barocca, ma come eco interiore: non teschi lucidi, ma lapidi scalfite, animali pietrificati, sangue rappreso. Sono immagini che parlano della fragilità umana senza retorica.
I tuoi materiali d’elezione sono il marmo ma anche il sangue, animali tassidermizzati. Come trovi i materiali adatti alle tue opere soprattutto per le opere composte da vecchie lapidi?
Il materiale mi chiama, non sono io a sceglierlo. Le vecchie lapidi le incontro in cimiteri dimenticati, in depositi marginali, in scarti di marmisti. Non le considero oggetti, ma frammenti di vite già trascorse. Ogni materiale porta con sé una memoria che io cerco di ascoltare. Anche il sangue e gli animali tassidermizzati non sono provocazione, ma presenze. Ogni corpo, ogni pietra, ogni resto è già scrittura: io non faccio che continuare la frase.
Quali sono le letture, le pellicole o i riferimenti visivi che entrano nella tua opera?
Il mio lavoro è un corpo che assorbe voci molteplici. La poesia di Salvatore Toma è stata per me un compagno di viaggio: il suo canto disperato e tenero mi ha insegnato che la morte non è un tabù ma una madre terribile. I riti funebri di Ernesto De Martino mi hanno invece mostrato il valore antropologico del pianto rituale: un atto comunitario, non individuale. Accanto a questi, ho nella mente le immagini cinematografiche di Tarkovskij, le ossessioni materiche di Burri, le ombre di Boltanski. Tutto entra, tutto si sedimenta.
Vorresti integrare maggiormente la poesia e la scrittura che pratichi nella tua opera in futuro?
Sì, perché la scrittura è già parte del mio lavoro. Le lapidi sono testi, scolpiti o cancellati. L’atto di incidere è un atto poetico. In futuro vorrei che la parola diventasse ancora più corpo, più pietra. Penso a libri che non si leggono ma si toccano, a poesie che si attraversano come spazi. La scrittura, in fondo, è la forma più radicale di tassidermia del pensiero.
Qual è il rapporto con i tuoi collezionisti e mecenati? Come ti hanno supportato per la produzione della mostra?
Il rapporto con i miei collezionisti non è mai meramente economico. È un patto di fiducia, un riconoscersi in una stessa urgenza. Chi mi sostiene non acquista semplicemente un’opera, ma partecipa a un cammino, spesso rischioso. Per questa mostra ho trovato un sostegno che non è stato solo finanziario ma umano: un accompagnamento nel portare a termine opere che richiedevano tempo, fatica e dedizione. In questo senso, i miei collezionisti sono parte della comunità che abita le mie opere.



