Cinque anni senza Pompidou: al via la chiusura per il restauro da 448 milioni di euro

Il 22 settembre Parigi saluterà il Centre Pompidou che chiude per un restauro monumentale fino al 2030. Tra petizioni, critiche e nuove collaborazioni, il museo si prepara a rinascere come spazio rinnovato

A Parigi il 22 settembre si spegneranno temporaneamente le luci dell’arte contemporanea, «con la promessa di ritornare più luminose che mai». A dirlo è l’Eliseo che l’anno scorso ha annunciato uno stop alle visite per 5 anni al Centre Pompidou, in vista di un grande restauro che vedrà il museo chiudere gradualmente le sue porte al pubblico.

La prima è già stata chiusa il 12 marzo 2025, un mese dopo la condivisione del calendario dei lavori firmato dal Ministero della Cultura, quella che accoglie una media di 3 milioni di visitatori annuali negli spazi della permanente inaugurata nel 1977. A seguire le temporanee con la prima chiusura del 30 giugno e l’ultima del 22 settembre in occasione del termine della mostra dell’artista tedesco Wolfagang Tillmans, a sigillo di quasi 50 anni di incessante attività.

Un capitolo che si chiude a fatica, non per le cifre che registrano una crescita costante del 15-16% l’anno (solo nel 2025 i visitatori sono stati il 22% in più del 2024), ma per gli scioperi del personale e le critiche da parte di personalità della politica e della cultura, concretizzatesi in petizioni organizzate da artisti come Daniel Buren, e galleristi quali Daniel Templon e Alain Seban, quest’ultimo ex direttore del Centre Pompidou, i quali proponevano un piano di lavoro a porte aperte, dove il restauro diveniva un’opera vivente e mutevole. Ma quello che Seban ha definito un «errore per la vita culturale del Paese» ha conservato il piano di chiusura totale originario perché, sostiene il ministero, «solo lavorando a porte chiuse si potranno accorciare i tempi necessari ed abbattere i costi di un lavoro monumentale». Così i lavori cominceranno la mattina del 22 settembre, ma solo dopo che tutte le opere presenti abbiamo raggiunto il Centre Pompidou Fancilien, un nuovo spazio di conservazione e restauro che si inaugurerà ufficialmente nel maggio 2026 a Messy, nel sud della Francia.

A guidare il restauro è la nota firma edile franco-giapponese del duo Nicolas Moreau e Hiroko Kusunoki, già autori del Powerhouse Paramatta Museum di Sidney, e che dovranno gestire una spesa tecnica di 262 milioni di euro di fondi statali, ai quali si aggiungono i 186 milioni di euro investiti per il programma di rinnovo culturale, stanziati, però, dallo stesso museo. Secondo il piano lavori si comincerà dal terzo piano a scendere, coinvolgendo tutti gli spazi compresi tra l’Agorà ed il Forum, per i quali verrà investito il 20% del fondo tecnico. Il restante andrà per il quarto e quinto piano del Museo d’arte moderna, con il rinnovo della museografia e degli spazi espositivi, e per il sesto piano. Verrà rivisto anche il percorso dei visitatori, che si estenderà all’Atelier Brancusi, l’edificio presente sulla piazza principale, e l’apertura al pubblico del settimo ed ultimo piano, il quale accoglierà spettacoli, performance e balletti.

Il palazzo, figlio del progetto modernista di Renzo Piano e Richard Rogers, vivrà un «periodo di riammodernamento senza, però, rimanere fuori dalla scena artistica internazionale», dice il direttore Laurent Le Bon, che illustra un nuovo piano di attività che per ora copre il 2025-2026 con mostre e festival. La prima sarà Constellation, in occasione della quale alcune delle opere permanenti continueranno ad essere esposte negli spazi del Grand Palais, riaperto da poco, e che ospiterà alcune mostre del museo temporaneamente chiuso: la prima, inaugurata il 20 giugno e in corso fino al 4 gennaio 2026, è Nike de Saint Phalle, Jean Tinguely e Pontus Hultén.

Sono molte le istituzioni parigine a collaborare con il Centre Pompidou, come la Philarmonie de Paris, il Louvre, il Musee d’Orsay, il Musée du quai Branly e il Jeu de Paume, a dimostrazione dell’intreccio culturale che unisce la città. Si apre, ma al contempo si chiude, un capitolo per l’arte e per Parigi, con il Centre Pompidou che si rinnova sotto gli occhi di un sistema che muta. Ma a modificarsi davvero è solo il contenitore, il contenuto rimane lo stesso: l’arte e le sue discipline.