In occasione di Panorama Pozzuoli, la rassegna diffusa promossa da Italics che porta l’arte contemporanea nei luoghi storici più suggestivi del territorio italiano, la curatrice Chiara Parisi, direttrice del Centre Pompidou-Metz, costruisce un percorso che intreccia archeologia, mito e attualità. Al centro di questa quinta edizione, in programma dal 10 al 14 settembre, i Campi Flegrei, una terra di fuoco, di stratificazioni millenarie, di visioni e presenze mai estinte del tutto. Con una sensibilità che unisce rigore curatoriale e ascolto del territorio, Parisi invita artisti e pubblico a confrontarsi con il confine sottile tra creazione e distruzione, visibile e invisibile, sacro e quotidiano. In questa intervista, racconta il cuore del progetto, il dialogo con le comunità locali, la sfida di una curatela coreografica, e la possibilità – attraverso l’arte – di riscrivere i miti, abitandoli di nuovo.
Panorama Pozzuoli diventa allora l’emblema di una storia, un modo per interrogare chi siamo, cosa scegliamo di ricordare, che forme prende il sacro contemporaneo in una società dominata dall’immagine. Non una celebrazione dell’icona, ma una forma di presenza. Ed è qui che la divinizzazione di «ciò che ci sfugge» prende corpo: nell’intimità, nella cura, nell’attenzione a ciò che trema e fa rumore. Nei gesti che passano inosservati. Nella sapienza affettiva, silenziosa, di chi conosce il territorio come una pelle e gli enigmi come un oracolo. In quelle «nonne che sanno leggere le maree come si legge la malinconia di una nipote».
Il tema della divinizzazione è al centro di questa edizione e si intreccia profondamente con l’idea di creazione e distruzione insita nella natura vulcanica dei Campi Flegrei. In che modo gli artisti coinvolti interpretano questo concetto e come si riflette, nei diversi linguaggi dell’arte contemporanea, un equilibrio visivo ed emotivo tra potenza creatrice e forza distruttiva?
Il progetto nasce proprio da lì dalla mitologia dei Campi Flegrei. Ma non come un riferimento teorico: parlo di un’esperienza concreta, quasi fisica. Ti racconto una giornata. Una domenica, in piena preparazione, con Maurizio Cattelan abbiamo deciso di attraversare quei luoghi, passo dopo passo, come se volessimo riscrivere il mito.
Siamo partiti dal Rione Terra, a Pozzuoli. È un luogo pazzesco: strati su strati di storia, di vite. Poi ci siamo spostati al Tempio di Serapide, lì, abbiamo iniziato a misurare le colonne con gli occhi. E dopo, il pranzo alla Darsena. Acciughe fresche… perché anche mangiare, a Pozzuoli, è un momento sacro. Il pomeriggio è ripartito con Cuma: la grotta della Sibilla, quel bosco che si apre sul mare… davvero uno dei luoghi più belli d’Europa. E poi via, verso il Castello di Baia, con la sua collezione archeologica. E ancora, la Piscina Mirabilis, quella cisterna romana che sembra una cattedrale sotterranea. Entrarci ti toglie il fiato.
Verso sera di nuovo a Pozzuoli, ci siamo seduti sull’erba, nel giardino di Villa Avellino. In mano l’Eneide. Abbiamo letto ad alta voce il VI libro, in particolare i versi 9–17: che segnano quel confine tra visibile e invisibile, in fondo, è proprio questo che fanno gli artisti. Questi sono i Campi Flegrei, questo è Panorama Pozzuoli: opere contemporanee, scelte sofisticate dall’antico, nuove produzioni, sguardi radicali e poetici.
C’è chi lavora con la parola, chi con il corpo, chi legge Virgilio per la prima volta, chi si fa guidare da un incontro inaspettato per strada. Tutto si intreccia.



Panorama Pozzuoli non si limita a un’esposizione, ma si configura come un ecosistema partecipativo. Come sta lavorando per far sì che il pubblico locale diventi parte integrante del progetto?
Una delle figure chiave in questo progetto è Don Roberto della Rocca. Un uomo incredibile, profondamente radicato sia nell’arte che nella comunità. Lavora con i giovani del territorio, ma anche con chi sta cercando di ricostruire la propria vita dopo periodi di detenzione. E, poi ci sono progetti come quello di Clarissa Baldassarri che può ricordare il multilinguismo antico del porto di Pozzuoli, e sì, perché Pozzuoli è sempre stata una porta sul mondo, e lo rilegge attraverso il corpo, con la partecipazione del centro coreografico Artgarage. O ancora, ci sono gli incontri per strada che ti raccontano cosa vuol dire vivere nei Campi Flegrei. Tra fede e scetticismo, tra timore della caldera e amore profondo per la terra. Ragazzi che ti indicano i resti romani come se fossero pezzi del cortile di casa. Nonne che sanno leggere le maree come si legge la malinconia di una nipote. È anche questo Panorama Pozzuoli.
Questa rassegna in particolare, rivela un intenso dialogo tra opere contemporanee e capolavori dell’antichità. Che tipo di tensione o continuità emerge tra passato e presente?
Siamo un po’ così, noi italiani, credo. La storia dell’arte è prima di tutto una cosa di sguardi. È qualcosa che respiriamo fin da piccoli. È un’educazione dello sguardo che si eredita naturalmente. Il nostro occhio è allenato a vedere. Le scelte non rispondono a una logica di continuità storica, ma a una sorta di attrazione magnetica. Una pietra antica che sembra già un’installazione contemporanea. Una scultura che sembra un reperto ritrovato. Una pittura che vibra come una performance.
Nelle scelte di questa edizione ho ritrovato, ad esempio, Monsù Desiderio, un artista che personalmente trovo tra i più affascinanti del Cinquecento. Quelle architetture incendiate, quelle visioni fredde e insieme febbrili, quei cieli che sembrano affondare nella pietra… tutto in lui anticipa qualcosa che i surrealisti hanno poi sentito come familiare. E un’artista chiave in questo senso è Simone Fattal. Le sue sculture parlano dei legami profondi tra Pozzuoli e la Fenicia. È qui la geografia dell’arte.
La manifestazione attraversa linguaggi, luoghi e comunità in un formato non convenzionale. Qual è la sfida principale nel costruire una curatela capace di tenere insieme visione artistica e identità del territorio?
È una sfida coreografica. Ogni opera, ogni scelta, è parte di un movimento più grande. Come in scena: niente è casuale. Sì. È una sfida coreografica. E richiede precisione.
“E oggi, nell’era del culto dell’immagine, chi divinizziamo? E perché?”. La sua riflessione racchiude un interrogativo potente. Con la curatela di questa iniziativa culturale, ha trovato una risposta?
Forse oggi divinizziamo quello che ci sfugge, le cose che esitiamo a nominare. E lavorando al progetto, ho capito che a essere divinizzato è spesso un gesto semplice: qualcuno che apre la propria casa, qualcuno che guarda un’opera senza sapere chi l’ha fatta. È un culto della presenza, più che dell’immagine. Alla fine, Panorama non è una mostra. Si appoggia al passato come si appoggia un corpo a un muro antico, senza distanza. A Pozzuoli non puoi far finta che il tempo non esista. Ti viene addosso da ogni direzione. E l’arte chiede: cosa sei disposto a vedere? Cosa scegli davvero di ricordare? Molte opere portano gioco, ironia, leggerezza, ma tutte, in fondo, chiedono la stessa cosa, una stanza che aspetta di essere abitata di nuovo.
Pozzuoli © photo Luciano Romano


