Anthea Hamilton, scultrice dello spazio sensibile

Tra prospettive distorte, esperienze olfattive e visione frammentarie, gli ambienti di Hamilton provocano un sfalsamento della realtà quotidiana

Un cerchio che si chiude, ma che si riapre, una riflessione sull’atto creativo che conferma le precedenti esperienze e ne diviene quasi manifesto. Soft You, la prima mostra personale di Anthea Hamilton a Roma costituisce questo nella ricerca dell’artista: curata da Alessio Antoniolli per la Fondazione Memmo fino al 2 novembre, la mostra riflette tematiche e tecniche che hanno caratterizzato gli interventi artistici precedenti di Hamilton. Il titolo, tratto dall’ultimo monologo dell’Otello di Shakespeare, suggella il legame tra l’artista e il protagonista drammatico.

Nel 2024 infatti, Hamilton dirige con Delphine Gaborit Othello: a play, per il centro artistico De Singel di Anversa. Una stage performance che segna un momento cardine della sua ricerca ma che allo stesso tempo aggiunge un tassello in un percorso estremamente coerente e suggestivo. La pratica di Hamilton infatti è caratterizzata da una visione scultorea dello spazio e degli oggetti: le grandi installazioni precedenti si compongono di spazi immersivi, che l’artista elabora distorcendo la visione della realtà. Il suo modo di comporre lo spazio si basa sul vedere e sul sentire, ma ne altera piccoli dettagli: un procedimento quasi post surrealista, alla ricerca dello stesso effetto di displacement o sfalsamento dalla realtà sensibile.

Hamilton gioca con le proporzioni, aumentando le farfalle da piccoli esseri ad enormi protagonisti, d’impatto visivo e scenico, come nella mostra romana, o per l’istallazione alla 58esima Biennale d’Arte di Venezia del 2019, nell’intervento May You Live in Interesting Times. Oppure distorce le prospettive, posizionando lo sguardo di sbieco e non ponendo le sculture perfettamente al centro dei suoi ambienti. Ciò che espone sono frammenti del reale, non autobiografici, ma collettivi, appartenenti alla cultura visiva contemporanea: una visione per frammenti, simbolici o materici, sensoriali e quotidiani: la sensazione del nylon sulla pelle, del corpo a contatto con il materiale, portano a Calzedonia (2025) in cui le gambe della stessa artista definisce la circonferenza degli elementi dell’installazione; arti umani, dislocati dalla loro naturale collocazione diventano manichini abbandonati, come in Mash Up, l’installazione del 2022 al Museum of Contemporary Art di Anversa; il corpo umano che si “veste” da corpo umano, come l’armatura che Otello indossa nella stage performance; o ancora elementi della cultura visuale della moda, come in Lichen! Libido! Chastity! del 2015 allo SculptureCenter di New York.

Ad Anversa nel 2024 quel displacement si concretizza anche nel suo originario significato, come processo che descrive lo spostamento dell’acqua determinato da un corpo galleggiante. È una condizione che indica un movimento, una distanza dal punto di riferimento e la ricerca di un nuovo equilibrio. Il corpo statuario diventa corpo vivo e il dramma seicentesco si stacca dall’originale cercando una nuova attualità. Hamilton estende le potenzialità performative dell’oggetto scultoreo a un nuovo livello, integrando teatralità, movimento e dramma. L’artista manipola le strutture tradizionali del teatro, utilizzando palcoscenico, scenografia, luce, e suono come materia plastica da modellare per il suo scopo. Scultrice della materia in movimento, Hamilton poi torna al grado zero del suo processo creativo a Roma: la cultura giapponese, il corpo umano e animale, Shakespeare, il senso dell’olfatto, l’architettura della capitale, compongono il percorso della mostra, in un «mash up», così definito dall’artista, delle tecniche utilizzate nella sua ricerca.

Questa “comunione” è centrale anche nella realizzazione di alcune opere, con collaborazioni interdisciplinari attivate per la mostra. Lo Shibari Desk (2025) è uno scrittoio realizzato con Pietroarco Franchetti che viene ricoperto da un intarsio eseguito con la tecnica Rankaku – antico metodo giapponese che utilizza gusci di uova di quaglia – in collaborazione con Alice Rivalta. Il designer olfattivo Ezra-Lloyd Jackson individua le fragranze che attraverso l’incenso si diffondono per tutto l’ambiente. La continuità con Anversa viene confermata anche dalla presenza di diciotto production still scattate da Tanguy Poujol della stage performance, che riportano l’altra faccia dell’esperienza belga: vengono raffigurate le attese, le prove e la preparazione, un dietro le quinte del processo creativo e realizzativo. Tutto viene esposto, dal palcoscenico al lavoro celato che il pubblico non vedrebbe: Hamilton, forse, invita a domandarci: Siamo cercando la verità o l’artefatto? L’interrogativo che pone l’artista è una provocazione rivolta all’essere umano: le sensazioni e la percezione della realtà circostante ci rendono “comunità umana” da elaborare quotidianamente.