Jiajia Zhang, la poesia dell’Io instabile, una mappatura dell’identità

L’artista cinese esplora i confini tra pubblico e privato, interrogandosi sull’identità e sulla complessità dell’essere umano

Jiajia Zhang è una giovane artista cinese la cui arte è caratterizzata da una interdisciplinarità tra architettura, scultura, poesia e video. Di formazione architetto, Jiajia Zhang si è prima specializzata in fotografia presso l’International Center of Photography di New York e successivamente in Belle Arti presso l’Università delle Arti di Zurigo (ZHdK) e si è affermata nel panorama artistico internazionale proponendo installazioni ambientali nelle quali la manipolazione e ricomposizione di materiale foto e video, in parte trovato in rete e in parte personale, sono volte a sfidare le nozioni di pubblico e privato. Tutto muove da sé stessa, dalle domande che si pone verso il mondo e lo stare nel mondo. Il suo sguardo si allarga poi a ciò che la circonda fino ad abbracciare dubbi e domande comuni a noi tutti e che delineano il vivere attuale.

Quello che colpisce tra le parole dette nell’intervista a seguire, nella quale racconta il suo background e la sua pratica, e realizzata in occasione della sua partecipazione al Premio Termoli del Museo MACTE di Termoli, giunto quest’anno alla sua 64esima edizione, è il suo interesse verso i processi di costruzione dell’identità a partire da frammenti ritrovati. In questo suo agire si può leggere una metafora poetica e struggente dell’essere umano, così complesso e allo stesso tempo così fragile. Trovano allora un senso profondo i dissuasori in pietra posizionati davanti a una parete di mattoni azzurro cielo, presentati nella mostra personale A Film in Two Parts, the Second of Which Never Ends presso l’Istituto Svizzero a Milano (2024) per guidare i movimenti del visitatore in un determinato spazio chiuso e in dialogo con un video nel quale si analizzano i processi  standard nell’apprendimento di una lingua straniera; oppure i conigli specchianti e il riassemblaggio di una piazza riconoscibile per i suoi punti di appoggio in pietra e per l’andare e venire di gambe immobili. Dall’esterno all’interno e viceversa, questa circolarità è espressa in modo chiaro e semplice, a ricordarci che, in fondo, molti pezzi disuniti tra loro possono creare un insieme.

Qual è il tuo background artistico e quali sono i capisaldi del tuo lavoro?
La mia prima formazione è nel campo dell’architettura, anche se dall’età di 14 o 15 anni avevo già cominciato a considerare l’idea di studiare arte o cinema. L’architettura era, in un certo senso, un buon compromesso fra i miei interessi artistici e quelli dei miei genitori di darmi un’istruzione più concreta e “solida”, un aspetto abbastanza comune nelle biografie degli immigrati. Il desiderio di fare qualcosa in campo artistico mi ha accompagnato per tutto il mio percorso scolastico, così dopo il diploma sono andata a New York per studiare fotografia. Oggi uso molti media nel mio lavoro . Rifletto sulle mie esperienze personali, su vari dubbi nella nostra cultura contemporanea, anche se lo spazio stesso rimane un importante aspetto della mia ricerca.

Quale elemento della tua ricerca ricorre nei tuoi video, nelle tue fotografie e nelle tue installazioni? Qual è il fil rouge?
L’unico “fil rouge” costante sia la mia vita personale. Raccolgo molte immagini mentre viaggio o quando esco a fare una passeggiata. Oltre alle immagini, raccolgo anche frasi: scritti da giornali, letteratura, citazioni da film ecc, le assemblo e le utilizzo nei miei video o in altre opere. Ciò che mi interessa è la  formazione dell’identità attraverso frammenti provenienti da diverse fonti che ci circondano, alla costruzione di un Io instabile.

Quali sono i tuoi riferimenti in ambito artistico? Ci sono artisti, movimenti, ambiti di ricerca che guardi con curiosità e interesse e che stimolano il tuo lavoro?
Ammiro un’ampia gamma di artisti e le loro pratiche. Yuji Agematsu, Michel Auder, Agnes Varda, Lutz Bacher, Moyra Davey, Rosemarie Trockel, Cady Noland, solo per citarne alcuni. Sono interessata al quotidiano, ai materiali di recupero, a mettere in discussione il familiare, a mettere in discussione i confini del pubblico, del politico e del personale. Trovo interessanti gli artisti che collegano elementi apparentemente distanti, che non hanno un metodo preconcetto, la cui curiosità è palpabile nelle loro opere.

Come pensi che possiamo purificare la nostra concezione della realtà e, quindi, il nostro essere nello spazio, abitarlo, viverlo, comunicarlo? Pensi che possiamo sfuggire alle regole imposte (architettoniche, sociali, di controllo) per far coesistere il nostro sentire intimo con la sfera pubblica? Se sì, come?
Personalmente, credo che la concezione della realtà non possa essere purificata. Rimane complessa, contraddittoria, ricca, caotica. Una volta accettato questo, potrebbe essere più facile orientarsi o cercare modi di coesistere in un simile ambiente. Personalmente, credo che atti molto semplici come prestare attenzione – alle norme architettoniche, sociali e di controllo – siano già un buon inizio per riconoscere ciò che è imposto, ciò che è naturale, ciò che è sovrapposto, addestrato e appreso. Il nostro ambiente ci dice molto sulle strutture di potere sottostanti. Una volta che affiniamo i nostri sensi e reindirizziamo alcune narrazioni imposte verso altre più poetiche e amorevoli, credo che si possa aprire uno spazio più intimo.

Potremmo definire il tuo lavoro interdisciplinare, coinvolgendo non solo i media artistici, ma anche studi sociologici, antropologici e comportamentali . E quanto può essere costruttivo il confronto con sfere di pensiero diverse da quelle a cui siamo abituati e con cui abbiamo più familiarità?
È vero, credo che qualsiasi opera d’arte che mi parli abbia almeno qualità interdisciplinari. È inscindibile dalla vita. Le categorie possono essere definite da certi criteri, ma personalmente penso che noi artisti siamo un po’ più liberi di spaziare tra queste.